Torrellas lo straniero più rossoblù
"Non pensavo di entrare nella storia del Milano"
Domani nel recupero di Settimo Torinese potrà superare Herrera che ha raggiunto nell'ultimo weekend: "Miguel mi ha subito telefonato per complimentarsi, mi ha fatto piacere, abbiamo giocato insieme nel Bollate. Quando sono venuto al Milano non credevo di giocare così tanto, avevo già 30 anni... Fin che ce la faccio vado avanti, poi farò l'allenatore: sto già imparando dai miei manager. La cosa migliore dell'Italia? La pasta al ragù. La peggiore? Gli inverni troppo freddi, non mi sono ancora abituato. Bryan Sheldon il pitcher che mi ha messo più in difficoltà. Noguera, Carrillo e il Talisman Perez i migliori che ho ricevuto. Questo Milano? Se teniamo mentalmente possiamo andare lontano".

Angelo Torrellas Macaluso, 35 anni, italo-venezuelano, catcher e prima base del Milano dal 2021
Angelo Torrellas come Miguel Herrera: da domenica scorsa il catcher venezuelano è lo straniero con più presenze nel Milano, avendo raggiunto l’esterno dominicano protagonista in rossoblù nei primi anni Duemila. E da domani a Settimo Torinese (dove il Milano recupera le due partite rinviate per la pioggia quindici giorni fa), Angelito sarà il più rossoblù degli stranieri, o il più straniero dei rossoblù con la possibilità di andare ben oltre le 152 presenze raccolte finora. “Sono contento – sorride Torrellas -, perché sinceramente quando sono venuto al Milano non avrei mai immaginato di giocare così tanto, anche perché avevo già 30 anni, non ero più un ragazzino… E invece sono ancora qui e sono particolarmente contento perché questo traguardo mi dà la possibilità di entrare nella storia del Milano, di affiancare tanti grandi nomi che hanno scritto pagine importanti in questo club. Ma anch’io posso essere contento per i traguardi raggiunti con questa squadra e anche per il buon momento che stiamo attraversando”.
Ma adesso che obbiettivo hai? Vuoi andare avanti ancora?
“Certo, fin che posso continuerò a giocare nel Milano. Non dico altre 150 partite, ma le 200 posso anche superarle…”.
Adesso sei lo straniero con più presenze, ma dopo tutti questi anni quanto ti senti ancora straniero e quanto italiano? Insomma quanto prevale il Torrellas e quanto il Macaluso (secondo cognome di Angelo ereditato, assieme al passaporto, dalla mamma siciliana)?
“Beh a livello di baseball ormai penso di essere straniero sì e no al 30 per cento. Ormai sono 15 anni che gioco in Italia… Ma anche nella vita mi sento italiano almeno al 60 per cento. Sono italiano con passaporto italiano, vivo qui e il mio futuro ormai sarà definitivamente qui in Italia”. Anche se, sotto sotto, quando c’è stato Italia-Venezuela al World Classic è partito tifando timidamente Italia, ma poi è venuta fuori inevitabilmente la sua formazione venezuelana… anche perché hanno vinto loro…
Ma cosa ti piace maggiormente dell’Italia?
“La cultura e il cibo, la pasta al ragù…”.
E del Venezuela che cosa ti manca di più?
“La famiglia e il calore del mare. Io soffro abbastanza il freddo e per me l’inverno qui è proprio duro. Non mi sono ancora abituato…”.
Hai debuttato nel nostro campionato con il Bollate nel 2013, ma come sei arrivato in Italia?
“In modo un po’ strano, perché io non pensavo nemmeno che in Italia si giocasse a baseball… Avevo fatto per due anni l’accademia dei Minnesota in Venezuela ma mi avevano lasciato libero, così andai a provare in un’altra accademia a Puerto Cabello dove c’era come tecnico Felix Escalona, ex Yankees e San Francisco, che aveva giocato anche in Italia a Godo. E siccome mi prendevano in giro per il mio secondo cognome italiano, mi chiese perché non provavo a giocare in Italia. E io gli risposi che non sapevo giocare a calcio…. Però nel 2011 venni in Italia per andare a trovare i miei parenti a Roma e provavi ad andare anche a Godo, ma allora non poterono tesserarmi perché non avevo ancora tutti i documenti per completare il passaporto italiano. Ricordo anche che a Godo c’era un cubano che mi mise in contatto con Ruggero Bagialemani, ma non se ne fece niente. Tornato in Venezuela conobbi invece Gil D’Apollo che allora era tecnico del Bollate e mi portò qui”.
Torniamo alle tue 152 partite in rossoblù: hai eguagliato Miguel Herrera che hai avuto anche come compagno nei suoi ultimi anni (e tuoi primi) a Bollate. Che ricordo hai?
“Un buon battitore e una brava persona, un ottimo compagno di squadra, anzi un grande amico, visto che ogni tanto ci sentiamo ancora. E lui non appena ha letto che l’ho raggiunto mi ha telefonato subito per farmi i complimenti… bravo fratello, come dice lui… mi ha fatto piacere”.
Di queste 152 partite ce n’è una indimenticabile?
“Sì proprio contro il Settimo Torinese che affrontiamo domenica. Nel 2021, quando il Milano era appena tornato in serie A: quell’anno vincemmo poche partite ma una di queste la vincemmo contro il Settimo con un mio fuoricampo walk off al Kennedy. Ma la cosa bella era che la trasmettevano su Fibs Tv e mi stavano seguendo in streaming anche dal Venezuela…”.
Beh un gran colpo e una bella soddisfazione…
“Già, ma poi ricordo con piacere anche la vittoria con il San Bonifacio, quando tornammo in serie A. Io l’avevo detto a Raoul Pasotto dopo la retrocessione: non vado in nessun’altra squadra, tornerò in serie A con il Milano. E infatti ci riuscimmo e ricordo ancora la festa che facemmo qui al Kennedy quella sera”.
In questi anni chi è il lanciatore che ti ha messo più in difficoltà?
“Probabilmente Bryan Sheldon, tra l’altro un grande amico, uno con cui ho giocato parecchio a Bollate. Le prime volte che l’ho incontrato da avversario sono riuscito a batterlo, mi ricordo che gli ho fatto anche un homer in un Milano-Senago, ma negli ultimi anni l’ho sofferto molto. L’ultima volta con me ha fatto proprio festa”.
E invece il miglior lanciatore che hai ricevuto qui in Italia?
“Beh devo dirti tre stranieri: Noguera nel Bollate, poi Carrillo a Milano e anche il Talisman Perez”.
Dei 7 anni giocati a Bollate che ricordi hai?
“Tanti bei ricordi. Eravamo un gran bel gruppo in campo, anche se fuori magari c’era qualche problema”.
I tuoi allenatori? Chi ti ha dato di più?
“Difficile dirlo, perché ho sempre cercato di prendere il meglio da ognuno. Dave Sheldon, Palazzina, Oberto e Richard Macias a Bollate, Clayton Carson a Novara, poi Marco Fraschetti e Roberto Bianchi a Milano: ho sempre avuto un buon rapporto con tutti i mei manager. La differenza tra Fraschetti e Bianchi? Forse con Marco c’era un po’ più severità e con Bianchi più leggerezza, ma ci siamo divertiti con entrambi. E poi cerco di imparare il più possibile dai miei allenatori, perché voglio allenare anch’io. Non so quando però… Intanto imparo e metto da parte”.
Ma con i piccoli stai già lavorando…
“Sì, d’inverno in palestra e mi diverto molto. Imparo anche da loro e sono contento perché riesco a trasmettere i miei insegnamenti”.
E da futuro tecnico come giudichi questo Milano?
“Questo Milano è una bella squadra e se non molliamo possiamo arrivare molto in alto. E’ una squadra molto compatta, siamo molto forti in attacco, ma abbiamo anche un bel monte. Siamo in pochi ma ci mettiamo il cento per cento. Spero che non ci siano cali di concentrazione, perché se teniamo mentalmente arriviamo fino in fondo”.
E adesso, come faccio con tutti, ti devo chiedere la squadra ideale dei compagni con cui hai giocato.
“Servirebbe un roster lungo… Ci provo: io ricevo ovviamente, poi metterei Sheldon a lanciare la partita dell’AFI e Carrillo in quella dello straniero. In prima Calasso con cui ho giocato tanto a Bollate e poi me lo sono ritrovato qui a Milano, in seconda Lo Monaco, l’ho visto crescere fin da quando era ragazzino nello United, in terza un giovane pieno di grinta come Garavaglia e anche all’interbase ci metto un altro giovane come Samuele Pasotto. All’esterno Andrea Pasotto, ottimo al centro, poi Marcandalli che nel Bollate batteva ed aveva una presa sicura, e Luca Fraschetti che a destra è molto bravo e sa fare il suo. Designato? Posso mettere il mio manager? Non rinuncerei mai a uno da 288 fuoricampo come Bianchi. E pitching coach Geronimo Morillo, uno molto importante per il nostro gruppo, uno che ti dà sempre la carica con la sua stima”.
Da giovane avevi un idolo?
“Edgardo Alfonzo, terza base venezuelano dei Mets”.
A proposito di venezuelani: quest’anno a Milano siete un bel gruppo…
“Sì, poi con i fratelli Gonzalez abbiamo giocato insieme parecchio anche a Bollate, li conosco da tanto tempo. Renato Espejo invece è un giovane molto bravo, che ha tanto da imparare ma che in questo baseball può dare tanto. E’ un ragazzo su cui investire. Ma a Milano ho visto che c’è una buona tradizione di venezuelani: Cesar Suarez, Ernesto Gomez che adesso fa lo scout, Clemente Alvarez grande tecnico, poi Renny Duarte nello United come Alex Hernandez e un bravo pitcher come Omar Bencomo, per finire a un grande come Francisco Carrillo. E una volta ho parlato anche con Carlo Passarotto che mi ha detto di essere cresciuto a Puerto Cabello, proprio alla periferia di Valencia, la mia città”.







