Parisini, quarant'anni da Rookie
E' sempre stato considerato il più piccolo del gruppo, ma anche Francesco Parisini è approdato ai 40 anni. E' l'eterno rookie, ma ne ha fatta di strada, fino a diventare il 25° fedelissimo in assoluto del Milano: "Una bella soddisfazione, ma vedo che qualcuno è già pronto a superarmi. Ed è giusto così. Io ero un po' un Cassano del baseball: ho fatto buone cose, ma averi potuto farne molte di più, se avessi avuto un'altra testa. La promozione in A2 e un anno da miglior battitore del campionato di B le più belle soddisfazioni, ma che errori quando ho detto di no alla A1 con il Rho e allo United. Ho scoperto questo sport per caso, ma mi è rimasto dentro. Alex Neri per me era il vangelo; ho capito subito che Selmi sarebbe stato un grande presidente. E ringrazio Vittorio Bacio per quella volta che si voltò dall'altra parte...
Nel Milano c’è un Rookie che rimarrà rookie per sempre. Anche oggi che compie 40 anni. Eppure, se vai a guardare i numeri di questo Rookie, scopri che nella storia rossoblù si è ritagliato un angolo non di secondo piano. Perché Francesco Parisini, il nostro Rookie per antonomasia, ha messo insieme il bel numero di 226 partite che lo collocano al 25° posto assoluto tra i fedelissimi rossoblù, una presenza sotto Stefano Realini, che è il primatista dell’era United, e due sopra Marco Giulianelli, uno che è diventato pure presidente. Insomma un Rookie che di strada ne ha fatta, da quel timido esordio da ricevitore con gli occhialini, ai tempi dell’Ares Milano ’46, fino o diventare il bomber della squadra per due anni di fila nei primi anni Duemila in cui si è sviluppato il meglio della sua carriera, culminata con la conquista della promozione in A2 del 2007. Otto anni di attività in tutto nel Milano, tra la C e la A2, con un significativo 353 di media battuta, ma con una carriera che avrebbe potuto essere ben più lunga, se a un certo punto non avesse fatto scelte più “comode”…
In ogni caso, un bel pezzo di storia rossoblù percorso in quegli anni: “Sì sono stati la punta di un lungo periodo, visto che ho calcolato di aver giocato a baseball praticamente per 23 anni. Tante stagioni fatte di gioie e di dolori e una buona carriera che poteva andare anche meglio, se non fosse stato per la mia testa. Perché io ero un po’ un Cassano per dirla in termini calcistici. Però questo sport mi ha dato tanto, soprattutto come esperienza di vita, perché lo spirito dello spogliatoio te lo porti dietro per sempre. E io devo dire grazie al baseball perché mi ha certamente salvato in un’età difficile, quando nella mia scuola girava brutta gente e avrei potuto prendere altre strade… Invece il baseball mi impegnava fisicamente e mentalmente e mi ha dato l’opportunità di conoscere un sacco di persone. Poi io mi sono trovato quasi sempre ad essere il più piccolo della squadra, per cui ho dovuto imparare il senso del rispetto verso chi ne sapeva di più”.
E avevi davanti compagni di un certo peso...
“Certo, pensa a uno come Ivan Guerci. Lui aveva uno spirito cameratesco, ma in senso positivo, per cui dovevi stare al tuo posto… Però mi hanno insegnato lo spirito di squadra, cosa significa aiutarsi l’uno con l’altro. E il baseball mi ha insegnato soprattutto questo: a credere nelle persone che mi stanno vicine, in ogni situazione. Senza contare, poi, quello che mi ha dato dal punto di vista atletico, perché da questo punto di vista il baseball è uno sport bellissimo, ti fa fare cose che non avresti immaginato. Per esempio, adesso che ho quarant’anni e gioco a padel, sfrutto ancora l’occhio sulla palla e la coordinazione che ho imparato sui diamanti”.
Ma tu come l’hai scoperto?
“Da piccolo avevo iniziato a giocare a calcio, nell’Enotria. Ma a mio padre, che pure ama il pallone, non piaceva l’ambiente del calcio giovanile e così cercò di farmi cambiare idea. Allora un giorno gli dissi: voglio giocare a baseball, anche se non ricordo nemmeno dove l’avessi visto. Al che mio papà, che appartiene a una famiglia di pallavolisti, avrebbe voluto suicidarsi, anche perché non aveva la più pallida idea di dove si giocasse questo sport. Il destino però ha voluto che poco dopo apparisse nella mia scuola elementare di Lambrate Vittorio Bacio, che andava in giro a promuovere il baseball per conto del Milano, e devo ringraziare lui e quella sua iniziativa se ho potuto cominciare. Mi ricordo che andai al Giuriati dove c’era appunto Bacio con Maurizio Leoni, e da lì ho sempre giocato. Per la verità con una sola interruzione, di circa tre mesi, verso i 12 anni, quando decisi di tornare al calcio, anche se Vittorio mi disse: “vedrai che tornerai indietro”. E infatti poco dopo mi sono ripresentato con le orecchie basse…”.
E così sei diventato il 25° rossoblù di tutti i tempi…
“Beh, non è poco… Anche se per fortuna vedo che molti stanno giocando con una bella continuità e presto mi faranno scendere di posizione. Ma è giusto così”.
Ma il tuo Milano come lo ricordi?
“Ho debuttato durante il periodo della fusione con l’Ares, che era un po’ l’unione di due spiriti diversi. Da una parte il Milano legato alla propria storia, qualche volta anche troppo nostalgico, anche se capisco che c’erano molti giocatori che avevano vissuto il baseball di grande livello. E dall’altra il mondo Ares, magari anche con buoni giocatori, penso a Casiraghi per esempio, ma con uno spirito meno competitivo. Io invece sono un competitivo per natura, mi piacerebbe sempre urlare in faccia all’avversario, anche se non lo posso fare… Poi siamo ripartiti dalla C come Cus Milano e lì potevamo giocare anche bevendo il caffè, vista la differenza di valori in campo. Nei tanti anni di B invece continuavamo a inseguire la promozione: si vedeva che eravamo forti tecnicamente, ma forse non di testa. Eravamo sempre nervosi, ce la prendevamo con gli arbitri: forse abbiamo pagato anche una iniziale inesperienza di Raoul Pasotto, fresco manager. Finché però siamo riusciti a farcela, vincendo un bellissimo campionato. La A2 invece non l’ho vissuta bene: io ho giocato male, ma forse eravamo tutti appagati dalla promozione e siamo retrocessi subito. Per questo ti ho detto di gioie e dolori, perché i successi e le sofferenze della squadra sono sempre i tuoi”.
Dopo quell’anno, però, invece di restare nello United hai preferito tornare in B con l’Ares.
“Avevo perso entusiasmo e ho preferito una soluzione più blanda. Nel Milano ero un titolare e non volevo rimettermi in gioco con compagni forti, come Realini e tanti altri. Ma è stato un errore, perché avrei potuto ancora dare molto. All’Ares invece ho vivacchiato, facevo il titolare veterano, giocavo dove volevo io, ovvero in seconda, ma forse ho dettato troppo le regole. Finché un giorno mi ha preso la follia, sono stato espulso per proteste e uscendo, con un raptus, sono passato dallo speaker del Saini ho insultato l’arbitro col microfono. Faso mi ha incenerito e l’arbitro per appesantire il referto ha scritto che gli avevo messo le mani addosso, anche se non era vero. Così mi sono preso un anno di squalifica che mi ha tagliato le gambe”.
Un finale da vero rookie, insomma…
“Sì, anche se non è stato proprio il finale, perché dopo la squalifica sono tornato a giocare nella seconda squadra del Milano, in serie C, chiamato da Spinosa che la allenava. Ricordo che c’erano ragazzi poi arrivati alla prima squadra come Negri, come Malli. Ma io ormai avevo chiuso mentalmente”.
Ricordi il tuo debutto?
“Ricordo la prima partita significativa, a Verona in A2, a 17 anni. Entrai che vincevamo tanto a poco e feci un valido. Corsi come un matto sul sacchetto di prima base e ricordo che Bodini, che in quel momento stava suggerendo nel box, dovette scusarsi con il prima base avversario”.
La tua partita indimenticabile?
“Milano-Castenaso dei playoff promozione in A2 al Kennedy. Io avevo un bel rapporto con Alex Neri, che era il nostro coach, e ricordo che per tutta la stagione continuavo a contestare il fatto che dopo un cambio del pitcher avversario si dovesse prendere un lancio. E lui regolarmente mi spiegava il perché. Ebbene, in quella partita eravamo sotto di due punti e il Castenaso cambia lanciatore proprio quando tocca battere a me, con due uomini sulle basi. Chiedo tempo e vado verso Neri che suggerisce in terza. Lui capisce subito cosa mi passa per la testa e mi blocca dicendomi: ho capito ma devi farlo bene, devi metterla in mezzo agli esterni. E io battei un triplo che portò al pareggio e girò la partita, con un discreto pubblico per l’occasione che era tutto in piedi. E io tutto esaltato”.
E la partita da dimenticare?
“Più che la partita, direi l’anno. Quello della serie C. Vincevamo sempre ma io giocai proprio male. Forse soffrivo molto il nuovo allenatore Pasotto, ma visto come giocavo non poteva che trattarmi così. L’anno più bello invece è il 2004, quando sono stato il miglior battitore della serie B”
L’allenatore che ti ha dato di più?
“Devo molto della mia formazione a Vittorio Bacio. Soprattutto perché mi ha insegnato il rispetto. Mi ricordo che dopo una partita in cui avevo battuto come un matto, facevo un po’ il bulletto con i miei compagni. Allora la volta successiva fece giocare tutti, tranne me. E a fine partita chiese apposta: c’è qualcuno che non è ancora entrato? Io ovviamente alzai subito la mano, ma lui si girò dall’altra parte… Bastò quello per farmi capire tutto. Più avanti invece devo dire che ho avuto un grande feeling con Neri: per me quello che diceva era vangelo. E anche lui credeva in me, tanto che aveva capito che il mio vero ruolo sarebbe stato quello di esterno e me lo disse. Ma io non ne volevo sapere, e fu un altro dei miei errori”.
Il compagno ideale, invece?
“Due direi. Simone Spinosa, anche perché era quello che mi portava e riportava dal campo e vivevo con lui tutti i pre e i post partita. Umanamente mi ha dato molto. E poi Alessandro Selmi: quando ho saputo che diventava presidente del Milano, ero certo che avrebbe fatto bene. Ha una marcia in più come visione mentale. E poi il fatto di avere dei figli che giocano lo coinvolge ulteriormente”.
Avevi un idolo da ragazzo?
“No. Ti dico che io giocavo ma non conoscevo nessuno… So che sto bestemmiando, ma quando arrivai in prima squadra io non sapevo nemmeno chi fossero Guerci e Pasotto… Sapevo solo di Fraschetti, perché era un catcher, che era il mio ruolo, e tutti ne parlavano come uno dei più grandi. Lo stesso Bianchi l’ho scoperto solo dopo, dai racconti dei miei compagni”.
Hai un rimpianto?
“Sì, quello di non aver accettato l’offerta del Rho quando ha fatto la A1. Ma avevo paura di fare il salto e anche lì ho sbagliato. Sentivo il Milano come la mia comfort zone, ma avrei dovuto fare come Spinosa, Selmi e altri e provare nuovi ambienti”.
Il tuo campo preferito?
“Reggio Emilia, perché se la buttavo in fondo potevo correre. Era l’ideale per me”.
La trasferta?
“Quelle in Sicilia o in Sardegna. Perché duravano tanto e si faceva gruppo”.
A proposito di gruppo, la tua squadra ideale?
“Piazzi e Anedda in batteria. Guerci in prima: era bravo anche Simone Bacio, ma Ivan batteva molto di più. Spinosa in seconda, Santoianni in terza, Selmi interbase: forse non era il suo ruolo ideale ma era il più affidabile. Esterni Herrera al centro, Pinazzi a destra e a sinistra Raoul Pasotto, anche se io ho giocato con lui che era a fine carriera, non ai tempi d’oro. Così io potrei fare il designato”.
I tre personaggi simbolo del baseball italiano?
“Gigi Cameroni, che ho avuto come allenatore nelle giovanili: ovunque andavi, lo conoscevano. Roberto Bianchi, che penso sia uno dei campioni più noti del baseball italiano. E poi uno che non ho mai conosciuto, ma di cui ho sempre sentito parlare come di un mito, ovvero Ruggero Bagialemani”.
Lo sportivo che ti piace di più?
“A me piacciono quei tipi da poche chiacchiere e tanti fatti. Gente da vita da mediano. Io sono interista e per me il top è uno alla Javier Zanetti. Oggi potrebbe essere un Darmian. Nel baseball, tra i miei compagni, poteva essere uno con Thomas Pasotto, uno fortissimo di testa che tirava sempre fuori gli attributi quando serviva”.
E l’evento sportivo che ti ha emozionato di più?
“Tutte le Olimpiadi. Sono un superfan degli azzurri. Soprattutto degli sport minori”.
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