Milano 1946

Manzotti 50 anni sul diamante da neonato a presidente

Seconda base del Milano nel '98, figlio d'arte, cresciuto sui campi da baseball e oggi presidente del suo Verona: "Una scelta di cuore per non veder morire il mio club. A Milano una stagione indimenticabile in una grande squadra in campo e fuori. Sheldon il più grande che ho visto: in campo era un vero cannibale. Zangheri voleva tenermi a Rimini, ma un infortunio mi ha chiuso la carriera. Questo campionato non mi piace: assurdo inventarlo da un momento all'altro".


Dal campo alla scrivania, nella sua Verona, ma sempre al servizio del baseball. Dal cuscino di seconda base alla poltrona più importante del club, William Manzotti ha sempre dato tutto al suo sport e al suo club, anche se durante la lunga carriera scaligera ha trovato il modo di regalarsi, meritatamente, due parentesi lontano da casa: la prima a Milano nel ’98, la seconda a Rimini nel 2005. Lasciando in entrambi i posti un bellissimo ricordo. In rossoblù ha giocato una sola stagione, ma merita di essere ricordato tra i protagonisti di quello che, prima di quest’anno, era l’ultimo campionato di serie A del Milano: 46 partite con 2 fuoricampo e un buon 261 di media battuta. Nato a Verona l’8 agosto del ’71, figlio d’arte, Willy Manzotti taglia il traguardo dei 50 anni guardando a mezzo secolo trascorso di fatto sui diamanti.

Dunque, dobbiamo chiamarti presidente?

“No, grazie. Chiamatemi William per piacere, perché mi fa sentire più giovane”.

Però devi raccontarci come ti è venuto in mente di fare il presidente.

“E’ stato un passaggio molto semplice. Dopo aver passato tanti anni in campo con il Verona, nel 2011 venne da me Luciano Risi, che reggeva la società dal 2004 dopo averla ereditata da De Boni, e mi disse che era stanco e non se la sentiva più di andare avanti. Pensaci un po’, mi disse, se te la senti ti lascio il mio posto, altrimenti sarò costretto a chiudere la società. Io ci ho pensato parecchio e alla fine ha prevalso il cuore, non me la sono sentita di veder finire questa squadra, e ho accettato. Così nel 2012 sono stato nominato presidente e sono ancora qui”.

Un percorso comune a tanti altri ex giocatori in tante città. A Milano abbiamo avuto dei grandi esempi e adesso tocca ad Alessandro Selmi. Ma con che spirito si può assumere una responsabilità come questa?

“Lo fai con uno spirito particolare, con l’attaccamento che hai a quella che è stata per tanti anni la tua squadra. Però devi scrollarti subito di dosso la mentalità del giocatore, altrimenti rischi di non vedere i problemi nella loro complessità. E poi io ho cercato subito, come prima cosa, di creare un buon gruppo di lavoro, fatto di ragazzi veronesi che avevano a cuore la squadra come me e condividevano il progetto. Poi qui a Verona siamo riusciti anche a creare un farm system composto da tre società che ci ha permesso di avere oggi in serie A una squadra composta al 90 per cento da giocatori veronesi”.

Ti faccio fare un bel passo indietro: quando sei arrivato al baseball?

“Subito”.

Cioè?

“Io sono nato l’8 di agosto e il 14 mio papà doveva giocare una partita. Così mia mamma, per non restare a casa da sola, mi portò al campo. Insomma a 7 giorni di età ero già su un diamante. Certo, con mio padre giocatore, il destino era segnato… Anche se poi devo dire che lui mi spinse a provare altri sport, come il tamburello e il calcio”.

Allora parliamo della tua lunga carriera.

“Tantissimo Verona, con il debutto in serie A1 nel ’92. Però la fortuna, e penso anche le mie capacità, mi hanno portato a due belle esperienze in altre squadre, la prima a Milano nel ’98 e poi a Rimini. Milano, in particolare, è stata una bellissima avventura. La prima lontano da casa e in una società importante, se non altro per gli anni appena trascorsi della Mediolanum. Ricordo un bel gruppo, con delle belle amicizie. Ma anche una qualità di squadra importante, con giocatori come Sheldon e Newman, ma anche tanti altri che avevano fatto parte del grande Milano dei primi anni Novanta. Ricordo che avevo già l’accordo per tornare anche l’anno successivo, ma poi il Milano dovette rinunciare alla prima serie e comunque io non sarei potuto tornare perché mio padre si è ammalato proprio in quel periodo e io ho dovuto pensare di più all’ufficio, dove lavoravo con lui. Ma oltre al bel ricordo della squadra, a Milano ho anche trovato dei dirigenti di valore, delle persone di livello. Credo che oggi si faticherebbe a trovare una società come quella che ho conosciuto io a Milano”.

E a Rimini come è andata?

“Un’altra stagione positiva, almeno dal mio punto di vista. Ci arrivai dopo la retrocessione in B del Verona e mi portò un amico come Alessandro Gaiardo. Il Rimini era una squadra al top del baseball italiano, ma la fatalità ha voluto che, proprio nell’anno in cui ci giocai io, non arrivasse nemmeno ai playoff. Peccato, però ricordo che il pres Zangheri mi aveva apprezzato molto, tanto che verso fine stagione mi chiese di trasferirmi a Rimini per potermi allenare costantemente con la squadra, perché puntava su di me per il futuro. Ma anche qui si mise di mezzo il destino, perché nel weekend successivo mi sono strappato la coscia e ho praticamente finito di giocare ad alto livello. Avevo già 34 anni e sai com’era Rino: non poteva stare certo ad aspettare il mio recupero… Così tornai a Verona a finire la carriera nelle serie minori, anche se poi tornammo in A2 ed ebbi modo di giocare anche un playoff promozione, prima di chiudere col baseball giocato”.

E in tutti questi anni c’è una partita indimenticabile?

“Direi due o tre. La prima è quella del debutto in A1 contro il Parma: mi fecero giocare perché John Cortese era rientrato improvvisamente negli Stati Uniti per un problema famigliare e io giocai in seconda base, battendo anche una valida. La seconda è stata proprio con la maglia del Milano, quando vincemmo a Parma con un mio fuoricampo contro Joel Lono. Una partita dalla valenza tripla perché si giocava ancora in uno stadio fantastico come l’Europeo. E infine ti direi i playoff di A2 del 2009 persi contro l’Anzio, ma in cui infilai una bella striscia di partite. Le ultime prima di lasciare”.

Qual è l’allenatore a cui devi di più?

“Direi John Cortese: dal punto di vista mentale è quello che mi ha fatto crescere maggiormente. Però in quegli anni devo dire che avevo anche un allenatore in campo come Gaiardo. Devo molto a loro due. Ma un altro manager con cui mi sono trovato molto bene è stato Gianfranco Vinco (altro ex milanese, ndr) con cui abbiamo fatto 3-4 anni assieme: lui era all’inizio della carriera da tecnico e io quasi alla fine di quella da giocatore e siamo stati molto bene insieme”.

Il compagno ideale?

“Alberto Valenti, detto Betu. Un lanciatore di Ronchi che nel ’98 si trasferì a Verona dove aveva conosciuto la sua attuale compagna che giocava a basket con mia moglie. Così si è formato un sodalizio a quattro che ci teneva legati tutto l’anno, perché d’estate noi giocavamo e d’inverno andavamo a vedere le nostre donne al basket. Però parlando sempre di baseball”.

Il lanciatore che ti dava più fastidio?

“Quello che mi metteva più in crisi era il venezuelano Lunar, del Macerata e del Torino. Arrivavo a fine partita che non ci avevo capito ancora niente”.

Da ragazzo avevi un idolo?

“Uno in particolare no. Però mi piacevano i Cortese, i Bianchi, i Manzini, i Romano, insomma i giocatori che hanno fatto la storia del baseball in quegli anni”.

C’è uno straniero del nostro baseball che ti ha colpito in particolare?

“Ritengo che il più bello da vedere, il più carismatico, il più combattivo, il più emblematico sia stato David Sheldon. E ho avuto anche il piacere di giocarci assieme. Era un giocatore completo, faceva di tutto: giocava in diamante, andava sul monte, con la mazza faceva disastri. E’ il più grande con cui ho giocato: in campo si trasformava, diventava un caimano”.

Il miglior battitore italiano?

“Uno che ho visto molto da vicino: Alessandro Gaiardo. Ti dico lui perché è un giocatore che si è costruito da solo, lavorando tantissimo e studiando sui libri la teoria della battuta. E infatti è uno che è arrivato a mille valide”.

E il lanciatore?

“Mi metti un difficoltà, sono sincero… Forse per la longevità ti direi Cabalisti, uno che ha saputo restare sempre ad alto livello”.

Facciamo la squadra ideale dei tuoi ex compagni?

“Lanciatore Kinnunen: straordinario, anche se non l’ho mai affrontato da avversario. Catcher Vinco. In prima Guerci: era uno spasso averlo di fianco. In seconda Gaiardo, in terza Sheldon, interbase Cortese. Esterno sinistro Alex Neri, al centro Dal Castello e a destra metterei Chiarini. Designato Newman, così può fare il rilievo. Anche se Kinnunen ne ha avuto bisogno ben poche volte…”.

I tre personaggi simbolo del baseball italiano?

“Castelli per la fama, anche se io ovviamente non l’ho mai visto giocare. Poi Bianchi e in anni recenti Liverziani”.

Lo sportivo che ti piaceva di più?

“Mi appassionava agonisticamente Pantani. E poi Valentino Rossi”.

Tifi per qualche squadra negli altri sport?

“Non seguo molto il calcio, ma avevo una passione per il Chievo, purtroppo… Adesso chissà che fine farà… Tra l’altro conosco bene il presidente Campedelli, un uomo di spessore, di grande passione. Veniva spesso a vedere anche le nostre partite e ci ha dato anche una mano. Peccato, non meritava di finire così”.

E nel baseball americano?

“Nessuno in particolare. Per qualche tempo mi piacevano i Kansas City Royals, ai tempi di George Brett”.

L’evento sportivo che ti ha emozionato di più?

“Quando ero piccolo i Mondiali di calcio dell’82: a dieci anni sono quelle cose che ti restano impresse, le prime grandi emozioni che ti dà lo sport. Poi ricordo una tappa del Tour vinta da Pantani all’Alpe d’Huez che ho potuto seguire dal vivo. Ero molto appassionato di ciclismo”.

Chiudiamo con una domanda al presidente Manzotti: come vedi il nostro baseball?

“Devo dire che sono molto rammaricato. Non mi è piaciuto assolutamente come è stato gestito questo campionato. Inventato così, da un momento all’altro. Per me non ha avuto nessun senso mischiare tutte queste squadre. Il mio Verona si è ritrovato subito il Bologna nella prima fase e tutta la stagione non ha avuto più alcun senso”.

 

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08/08/2021
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