Bianchi vuole un Milano alla battuta
"E' la cosa più difficile, lavoreremo tanto su quello"
Il nuovo tecnico rossoblù spiega il suo approccio alla nuova stagione: "Per prima cosa voglio conoscere bene tutti i ragazzi: mi sembra un gruppo serio, spero di farmi seguire. Nella prima fase lavoreremo molto con la mazza, poi il campionato dirà quanto possiamo valere. Ho accettato la proposta del Milano perchè il baseball è una malattia da cui non si guarisce. Tornare qui è un tuffo in un passato che non potrò mai dimenticare: quella Mediolanum una squadra fortissima, un'organizzazione spaziale. Purtroppo molto lontana dal baseball di oggi, anche da quello di vertice. Ma questa A silver mi piace: finalmente si torna a giocare tanto".

Tredicimila contatti sulla nostra pagina facebook in poco più di 24 ore. Whitey, basta la parola: l’annuncio del nuovo allenatore rossoblù ha sollevato subito entusiasmo, se non altro per l’importanza del nome, Roberto Bianchi, grande protagonista del baseball italiano, e anche milanese, negli anni d’oro. Il nuovo tecnico milanese è già al lavoro, soprattutto per conoscere il più in fretta possibile i ragazzi che avrà a disposizione e con cui dovrà lavorare quest’anno. Poco meno di due mesi di preparazione invernale, poi da metà marzo le prime amichevoli e il 5 aprile il debutto in campionato al Kennedy contro il Cagliari.
E oltre ai contatti sul nostro sito internet e sui nostri social, anche i siti web più importanti del nostro baseball hanno subito rilanciato la notizia con grandi risultati. Ma è possibile che per tornare a far parlare un po’ di baseball sia necessario ricorrere ancora a Roberto Bianchi?
“Mi fa piacere che ci sia ancora tanta gente che si ricorda di me – risponde l’interessato, che avrebbe preferito una partenza più in sordina -. Ma forse è solo perché facebook è il social degli anziani…”, ride Whitey. “E poi ho letto che sono il più vecchio allenatore della storia del Milano e già lì mi è venuta l’angoscia… non è una grande soddisfazione”.
Tutta esperienza: in fondo anche nella tradizione americana i manager sono abbastanza avanti con l’età..
“Sì, sì… avrei preferito giocare, ma va bene: farò l’allenatore”.
Alla fine che cosa ti ha spinto ad accettare la proposta di Raoul Pasotto e del Milano?
“Sempre la solita malattia che mi porto dentro, la solita voglia che ho sempre avuto: anche quando non potevo più giocare per il lavoro, la prima cosa che guardavo erano i risultati, le classifiche, le medie, guardavo come avevano battuto o come avevano lanciato i miei amici o ex compagni”.
Ma dopo che hai smesso di giocare hai fatto ancora il manager per un po’ di anni, oppure il coach…
“Sì e mi sono levato anche qualche bella soddisfazione: sia a Modena che con lo Junior a Parma mi sono divertito un bel po’. Quello che piace a me è l’ambiente gioioso e sereno”.
Che è quello che punti a ricreare anche qui a Milano.
“Penso e spero proprio di sì. Se mi permettono di farlo, di seguire quella che è la mia attitudine, il mio modo di essere nello sport”.
Hai un obbiettivo particolare?
“L’obbiettivo è quello di vincere sempre il più possibile, ovviamente. Però in questo momento non conosco i giocatori, non ne conosco personalmente neanche uno e non li ho mai visti nemmeno giocare. Quindi per me è ancora più sfidante, anche se Raoul mi aiuterà a conoscerli. Sarà complicato, ma spero di riuscire velocemente a farmi seguire”.
Come pensi di impostare la stagione, in base alla tua filosofia di tecnico?
“Sicuramente punteremo sulla battuta, che è la parte più difficile di questo sport, quella su cui ci sarà molto da lavorare, cento volte di più di qualsiasi altro aspetto del gioco. Per cui imposteremo molto, soprattutto nella prima parte, sui fondamentali della battuta, anche perchè in questo momento è difficile fare altro. Sfrutteremo al massimo quel piccolo spazio coperto che abbiamo e cercheremo di lavorare al meglio delle nostre possibilità”.
Il primo approccio con la squadra come è stato?
“Buono, nel senso che li ho visti molto seri, forse persino un po’ tirati… non so per quale motivo. Non so se è un atteggiamento normale per loro…”.
Forse perché è un gruppo abituato da anni a lavorare con lo stesso allenatore e il tuo arrivo rappresenta una forte novità.
“Quindi sarà ancora più dura per me. Fraschetti li conosceva a menadito, sapeva il carattere di ognuno ed è molto importante sapere come porsi davanti a ognuno di loro. Anche perché, come ho detto l’altra sera, in questo sport si gioca in nove e magari qualcuno avrà il muso lungo a dover star fuori. Quando leggeranno il line up e non ci saranno, per qualcuno di loro sarà inevitabile prendersela con il nuovo manager… Proprio per questo voglio cercare di conoscerli al meglio nel più breve tempo possibile per poter impostare un rapporto aperto. Sai, c’è sempre quello che gli piace se gli parli e quello che invece preferisce sentirsi dire il meno possibile. Ho visto per esempio che ci sono un paio di ragazzi un po’ timidi, due o tre li ho trovati molto vogliosi, altri magari sono da spronare… Insomma, domani siamo di nuovo lì ad allenarci e a poco a poco vediamo cosa possiamo fare”.
La nuova serie A2 ti piace? E’ un campionato finalmente lungo…
“Beh è un bel campionato: sono 44 partite che vogliono dire 180-200 turni alla battuta. Penso che sia finalmente un buon campionato, rispetto ai campionati di merda, puoi scrivere proprio questa parola, che ci hanno fatto fare per anni e che stanno facendo ancora in serie A gold. Se vogliamo che i giovani crescano devono giocare e sicuramente questo campionato è meglio di quelli che finivano, o finiscono, a luglio”.
L’ultima cosa: per molti il tuo ritorno a Milano ha significato un tuffo nel passato. E credo che lo sia anche per te. Che cosa è stata per te quella Mediolanum?
“Un’esperienza travolgente e spettacolare in tutti i sensi. Sono molto legato a quel periodo, anche se sono passati ormai milioni di anni… Però ancora adesso tornare al Kennedy mi sembra ieri. Mi sembra ieri che eravamo lì, tra l’altro con una squadra fortissima, con giocatori forti, con un’organizzazione spaziale e una società altrettanto. Per cui solo belle sensazioni, purtroppo lontane sia nel tempo che dalla realtà”.
Realtà purtroppo cambiata un po’ in tutto il baseball, non solo a Milano…
“Sì, purtroppo il baseball in questo momento non sembra nemmeno lo sport che abbiamo vissuto noi. Anche la prima serie, che ho visto da vicino nelle stagioni recenti, è lontana da quei livelli: ci sono un paio di realtà come Parma e Bologna, poi San Marino che è una situazione un po’ particolare. Altri li vedo molto faticare… ma chiunque rischia di fare la fine del Rimini e non si riesce proprio a creare qualcosa di livello un po’ più alto. Ce l’hanno in Nicaragua una lega professionistica, possibile che qui non si riesca a fare il salto di qualità? E’ da quando giocavo ancora io che parlano di fare una lega professionistica, ma siamo ancora qui. E allora se non si riesce, tanto vale pensare che il campionato vero sia quello che facciamo noi, purtroppo quello della seconda serie, purtroppo per il baseball voglio dire. Ma qui almeno ci sono più squadre e si gioca di più”.







