Milano 1946

Lele Crippa, 70 anni di baseball con un rimpianto
"Ho giocato troppo poco nel Milano"

Da enfant prodige dell'Inter al debutto in azzurro a 18 anni, dallo scudettino sfiorato allenando le giovanili della Mediolanum a tanti anni dedicati al baseball ciechi. "Ho bruciato i tempi all'inizio della carriera, ma purtroppo non ho avuti insegnanti all'altezza. Mi esaltavano i derby contro il Milano: li ho giocati sia con l'Inter che con il Bollate. Purtroppo sono arrivato in rossoblù troppo tardi e ho giocato poche partite: dovevo giocarci nel '72, ma ho combinato un pasticcio... Castelli, Bianchi e Cameroni i simboli del baseball italiano, ma gli unici di livello internazionale sono stati Liddi, Maestri e Mazzotti. Sono cresciuto davanti al Giuriati e ho imparato a giocare guardando i grandi di allora. Guglielmo Zugheri il mio idolo, che intesa con D'Odorico, ma Clerici è stato il compagno ideale. Avrei voluto fare la carriera di Allara. Mi piace l'organizzazione di questo Milano, ma con la prima squadra ci sarà ancora da soffrire"  


Settant’anni e qualche acciacco di troppo, ma il più bel regalo gliel’hanno fatto i medici: “Ho superato gli esami, tutto sotto controllo - Daniele Crippa ci ride sopra -. Finchè posso farli, vuol dire che va bene…”. Solito entusiasmo, solita modestia, solita voglia di parlare di baseball, per uno che ha giocato tanto, ha allenato tanto e non smette di seguirlo. “Settant’anni, già… non ci pensavo… Il tempo passa, ma me ne accorgo solo guardando gli altri e soprattutto i figli degli altri. Io mio sento sempre un ragazzo”.

Daniele Crippa, detto Lele, nato a Milano il 4 dicembre del ’51, uno dei migliori prodotti del vivaio milanese negli anni Sessanta, grande promessa del baseball italiano che poi si è perso un po’ per strada, azzurro a 18 anni non ancora compiuti agli Europei di Wiesbaden del ’69, ma anche nella prima storica tournée a Cuba della Nazionale italiana. Poi una buona carriera tra Inter e Bollate, oltre a un anno nel Novara, prima di chiudere con una stagione anche al Milano, da coach-giocatore nel 1982, ma senza più toccare i picchi degli esordi. In totale 11 stagioni di serie A, per poi dedicarsi a insegnare baseball nelle giovanili, per non dimenticare il suo lungo impegno come tecnico del baseball ciechi.

Ma caro Lele, come hai fatto a scoprire il baseball?

“Da ragazzino, grazie a mio fratello Giuseppe (che è stato per anni presidente del comitato regionale lombardo e consigliere federale ai tempi di Notari, ndr): ero appena tornato dalla colonia e ho trovato in casa uno strano guanto di pelle, un vecchio Rawlings a quattro dita. Pensavo che servisse per lavare le macchine… L’aveva regalato a mio fratello un signore che aveva una bancarella alla fiera di Sinigaglia, ma alla fine l’ho sempre usato io. Andavo a giocare davanti al Giuriati, dove si allenavano le squadre milanesi e ho imparato guardando gli altri e cercando di imitarli. Il modo più bello per incominciare. D’altra parte in quegli anni tutte le squadre giocavano al Giuriati, tranne forse i Leprotti che giocavano più al Forza e Coraggio, e quindi sono cresciuto guardando il baseball. Sono stati anni bellissimi, soprattutto dal punto di vista affettivo, per un ragazzo che poteva conoscere tutti i giocatori. Per me erano il massimo: Cameroni e Mangini li vedevo come i boss di Milano, e poi Gandini, Zugheri, tutti gli altri protagonisti. Era un ambiente stimolante, c’erano tanti universitari, tanti ragazzi da cui ho imparato molto, non solo il gioco”.

E tra tutti quelli avevi un idolo?

“Sì, Guglielmo Zugheri, il pitcher del Pirelli”.

Ma tu non eri un lanciatore…

“No, ho lanciato solo nelle giovanili. Anche se Mangini provò a mettermi sul monte una volta in serie A proprio contro l’Europhon. Mi veniva da ridere… Nelle giovanili invece ero uno dei migliori e quindi dovevo ricoprire tutti i ruoli. In una squadra che tra l’altro vinse il titolo italiano nel ‘65”.

Tu hai fatto parte dell’unica squadra di Milano che ha vinto uno scudetto giovanile. E poi curiosamente l’hai sfiorato ancora da allenatore dei Ragazzi della Mediolanum nel ’91, l’unica altra volta che una formazione giovanile milanese è arrivata a giocare una finalissima per il titolo.

“Vero, a Fano, battuti dal Parma allenato da Giacomo Bertoni. E mi è dispiaciuto tantissimo perdere quella finale, non tanto per lo scudetto sfumato, quanto per la delusione delle famiglie che ci avevano accompagnato e sostenuto fino in fondo. Non so se per fortuna, o per merito, ma ero riuscito a creare attorno a quella squadra un gruppo fantastico, tanti genitori in gamba e che non rompevano… D’altra parte avevamo già fatto un piccolo miracolo a battere il Nettuno in semifinale grazie a due lanciatorini come Sandro Torchio e Fabio Scaletti”.

Due ragazzi che poi hanno fatto carriera anche in prima squadra.

“Sì, e oltre a loro c’erano altri ragazzi interessanti come Mazzetti, Veronelli, Lorenzo Selmi… E mi ricordo che spesso veniva ad allenarsi con noi anche Alessandro, che era più grande ma accompagnava il fratello. E’ stata una grande esperienza e devo ringraziare Gigi Cameroni che allora era il coordinatore del settore giovanile della Mediolanum e mi coinvolse come tecnico del vivaio”.

Tu sei stato una grande promessa del baseball italiano: a 18 anni eri già in Nazionale, ma poi…

“Poi ho tradito un po’ le aspettative, certamente per mio demerito, ma anche perché non avevo nessuno che mi insegnava. Ricordo che quando andai nella Nazionale giovanile, c’era con me Giorgio Castelli che faceva già capire di essere un fuoriclasse, ma che mi parlava degli allenamenti che gli faceva fare a Parma Chet Morgan. Io invece pensavo a quelle quattro palle che battevamo in ogni allenamento e capivo la differenza che c’era tra la nostra organizzazione e il lavoro che stavano facendo a Parma. E forse devo dire che Giancarlo Mangini non era proprio adatto ad allenare i ragazzini. Insomma, mi è mancato un vero insegnante, anche se non avrei mai voluto arrivare ai livelli maniacali di oggi. Io guardo molto quello che fanno nella Little league, ancor più della Major, e devo dire che siamo a livelli di allenamento fantastici. Ma, certo, alla base di tutto deve restare il divertimento”.

Beh, anche il baseball è cambiato molto in questi anni…

“Sì, e non sono certo d’accordo con quelli che dicono che una volta si giocava meglio. Non è vero: si giocava bene per quei tempi. Ma ricordiamoci che si giocava ancora sui campi da calcio, che ci sembrava di tirare forte ma magari arrivavi a 70 miglia. Adesso affronti gente che tira a 92-93… E le difese fanno molti meno errori. Certo, anche in passato abbiamo avuto grandissimi giocatori: pensa a Bianchi, a Bagialemani, a Schianchi, basta guardare le medie… E se vado più indietro a Gandini, a Carmignani… grandi battitori ognuno nella propria epoca. Da ragazzo ricordo che mi impressionava Green, lanciatore mancino americano del Milano, un’iradidio. Poi giocai una partita con Coston lanciatore contro una selezione americana e non gli fece vedere palla. Ma è impossibile paragonarli ai pitcher stranieri di oggi”.

Nella tua carriera, oltre a Inter, Bollate e Novara c’è stato un anno al Milano, nell’82. Che ricordo hai?

“Emozionante, anche se ho giocato poche partite. Perché mi faceva piacere arrivare nella squadra che era sempre stata in cima alle mie ambizioni. Certo, ci sono arrivato con dieci anni di ritardo, perché nel ’71 successe un pasticcio: quando si è sciolta la Standa (ultimo sponsor dell’Inter in serie A, ndr), Mangini mi ha venduto al Bollate a mia insaputa e gliel’ho sempre contestato. Oltre tutto io, molto ingenuamente, firmai il trasferimento senza sapere quale fosse la mia destinazione. Poi, mentre dovevo partire per il militare, mi accordai con Spinosa che era il nuovo allenatore del Milano, senza pensare che avevo già firmato l’altro cartellino… Così, invece di finire al gruppo sportivo dell’esercito, mi presi un anno di squalifica”.

Tu hai vissuto il derby contro il Milano sia con l’Inter che con il Bollate: che differenza c’era?

“Beh, il Bollate era una squadra molto giovane: pensa che io, che ero appena tornato dal militare, ero uno dei più anziani. Ma proprio per questo era una squadra che andava sempre in campo molto agguerrita, perché sapeva di avere di fronte quelli che a quei tempi erano i più bravi. Nella Noalex invece si viveva come i parenti poveri, con un po’ di acrimonia e un certo complesso di inferiorità, così tante volte magari eravamo in vantaggio e l’Europhon ci batteva all’ultimo inning. Comunque nei derby, sia con l’Inter che con il Bollate, io mi divertivo tantissimo”.

Ma qual è la squadra a cui sei rimasto più legato?

“Alla Noalex per le amicizie, alla Norditalia per il gioco. Quel Bollate era una signora squadra e poi c’era un allenatore come Gigi Cameroni che era un grande motivatore. Perché puoi anche essere un grandissimo tecnico, ma se sai motivare la squadra parti già con un 50% in più di vantaggio. Comunque anche con la Noalex abbiamo fatto un grande campionato, nel ’69, arrivando secondi dietro la Fortitudo: in quell’anno io giocai benissimo, ma con me quasi tutti, da Clerici ai fratelli D’Odorico, a Ugo Revelant, un giocatore di cui si parla pochissimo ma che era uno di grande carattere, uno alla nettunese. E poi c’era Davis, finché c’è stato…”.

Il tuo ultimo anno in serie A1 l’hai fatto invece a Novara.

“Avevamo un buon allenatore come Beppe Guilizzoni, ma per me era troppo lontano. Ci arrivavo dopo 8 ore di lavoro da operaio e la distanza mi pesava… D’altra parte avevo avuto modo di cambiare lavoro quando giocavo nella Norditalia, ma non accettai perché mia mamma mi aveva frenato: lassa sta, mi diceva in milanese, magari te voeren perché te giughet ben al baseball, ma poeu dopo te lassen a cà… E invece devo dire che il presidente Vignoli, che poi divenne anche presidente del Milano, era stato veramente un signore con me. Mi disse: Crippa ci pensi bene… Invece ho continuato a fare l’operaio, ma non mi sono mai pentito”.

La tua partita indimenticabile?

“Con la Montenegro nel ’69. Quando Gianni Clerici fece il record degli strikeout e io ho battuto un homer, un doppio e due singoli. Clerici lanciò una partita incredibile e allora Mangini lo fece giocare anche il giorno dopo. Così si rovinò il braccio…”.

Il tuo più grande rimpianto?

“Non aver mai giocato catcher, l’unico ruolo che mi manca. Ma non riuscivo, perché chiudevo gli occhi. Eppure è un ruolo che mi affascina”.

L’allenatore che ti ha dato di più?

“Quello che avrebbe potuto darmi di più… Tom D’Armi al Bollate, un tecnico di altissimo livello, ma quell’anno stavano rifacendo il campo e lo misero ad allenarci a Castellazzo, praticamente su un prato… Riuscì a fare ben poco. Un altro che ho avuto solo in Nazionale, ma che mi ha dato tanta fiducia, è Chet Morgan. Mi portò agli Europei di Wiesbaden che ero giovanissimo e infatti non giocai mai. Ma in finale contro l’Olanda improvvisamente mi disse di scaldarmi che sarei entrato a battere. Io lo guardai stupito, ma lui mi disse che se mi aveva convocato era perché ero forte. Così entrai e, guarda caso, feci una valida”.

Il compagno ideale?

“Per l’intesa sul campo Osvaldo D’Odorico e poi direi Mario Tempesta. Come amicizia Gianni Clerici: ci siamo frequentati tanto anche negli ultimi anni, spesso ci trovavamo a cena. Ci intendevamo bene. Mi diceva: Lele, se so che ci sei tu dietro, lancio più tranquillo. E io gli rispondevo: no Gianni, sono io che gioco più tranquillo ad avere te sul monte. E ogni tanto gli scappava qualche rimpianto: pensa Lele, mi diceva, se fossimo andati nell’altra Milano…”.

Insomma, il rimpianto del Milano torna sempre.

“Sì, un po’ per tutto. C’era una cosa, in particolare, che mi piaceva del Milano e che state recuperando anche adesso: le divise. Quella classica dell’Europhon, bianca con i bordini rossoblù, era uno spettacolo. E poi il cappellino con la E personalizzata per lo sponsor, i veri calzettoni da baseball e non le calze da calcio che usavano molte squadre, e i caschetti americani in vellutino… Insomma una grande squadra anche in questo. Che mi faceva invidia, ma in senso positivo. Pensa, avrei potuto arrivare al Milano quando è arrivato Allara, se penso a quante volte ci siamo sfidati nelle giovanili. E avrei potuto fare la sua carriera”.

E oggi come vedi il Milano?

“Mi piace molto la struttura che state creando. Avrete da soffrire ancora un po’ con la prima squadra, che è giovane, ma questi ragazzi non possono che migliorare. Certo, dipende tutto da loro e dalla voglia che hanno, non dalla società e nemmeno dal manager. Però devono sentire il senso di appartenenza al club e ai valori storici che trasmette. Questo potrebbe essere un grosso vantaggio che altre squadre non possono avere. Quante volte ho incontrato gente che si vantava di aver giocato nel Milano, magari di aver conosciuto Gigi Cameroni o Biro Consonni… Anche queste sono soddisfazioni per chi ha vestito questa maglia”.

Il tuo campo preferito?

“Il Kennedy. Pensa che ci ho giocato da ragazzino ancor prima che costruissero le tribune. Una semifinale giovanile vinta 2-1 contro il Torino di Nello Natale, che poi venne all’Inter”.

La trasferta?

“A Nettuno, anche se non dal punto di vista logistico, perché si tornava il lunedì all’alba e si andava a lavorare”.

Facciamo la squadra ideale dei tuoi compagni?

“Gianni Clerici sul monte e Carlo Fraschetti catcher. Mario Zugheri in prima, io in seconda perché non avevo le gambe per giocare interbase, Osvaldo D’Odorico shortstop e Giorgio D’Odorico in terza, poi Revelant a sinistra, Carmignani, grande mazza, a destra e al centro ci metto Ezio Cardea per la stima che ho come persona. Allenatore Mangini perché comunque aveva le sue qualità”.

E invece se dovessi fare il Milano ideale?

“Senza scomodare Glorioso, sul monte mi basterebbero Teddy Silva e Biro Consonni come rilievo. Catcher Cavazzano, il più grande di tutti, meglio anche di Guzman. In prima Novali, in seconda Ugo Balzani, in terza Redaelli, esterni Andrea Balzani, Gandini e mettici anche uno stupendo rompiballe come Turci”.

Ti manca l’interbase…

“Beh metterei Punaro. Però come si fa a dimenticare Passarotto? E Bianconi? E Paschetto? Come fai a fare una squadra sola? Ne dovresti fare almeno tre… Anche perché il Milano non l’hanno fatto solo i fuoriclasse, ma soprattutto il gruppo. Anche dopo questi: pensa a ragazzi come Paolo Braga, Omiccioli, Koelliker, Pensieri… Pensa a Paolo Cherubini, uno che da solo faceva mezza squadra. Pensa a Marco Giulianelli, uno che ci ha sempre messo tanto cuore e mettercela tutta quando magari non sei un fenomeno è molto dura. Ma lui ce l’ha messa tutta anche come presidente e sono contento che gli abbiate dato il premio Donnabella. Come a Mauro Mazzotti, che è diventato un grande allenatore, uno che stimo moltissimo. Tanti lo criticano per invidia, ma nessuno ha fatto quello che ha fatto lui. Direi che nel baseball italiano ci sono solo tre personaggi di livello internazionale: Liddi, Maestri e appunto Mazzotti, più forse Mazzieri per quello che ha fatto come ct”.

Gli stranieri che ti hanno colpito di più?

“Partirei da Payne, un battitore mostruoso. Ricordo che in un derby Giancarlo Mangini si vide arrivare addosso una battuta in prima base e si buttò a terra per la paura… Ma allora c’erano anche Green, Wolff, non dei fenomeni, ma buoni giocatori. Il vero fenomeno lo abbiamo visto con la Mediolanum, quando è arrivato Jim Morrison. Un’iradidio in campo e un professionista nel comportamento. Un po’ come Fradella che ho avuto come compagno a Novara. Gente di un’altra categoria: lo capivi già da come si cambiava prima della partita”.

I tre simboli del baseball italiano?

“Castelli, Bianchi e Cameroni. I più popolari”.

Chiudo con una domanda extra baseball: l’evento sportivo che ti ha emozionato di più?

“Il mondiale di boxe vinto da Benvenuti contro Griffith che avevamo potuto seguire soltanto alla radio… E poi ricordo una finale delle World series trasmessa da una tv privata tanti anni fa tra i Twins e i Braves, con una gran presa di Kirby Puckett. Era la prima volta che vedevo il baseball americano in diretta tv”.

Auguroni Lele, è sempre un piacere parlare di baseball con te

 

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04/12/2021