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12

Gen
2020

Allara, 70 anni da Pierino la peste a supercapitano

Auguri speciali a uno degli uomini simbolo del Milano, da ribelle a fedelissimo, secondo giocatore della storia del Milano per partite giocate (644 presenze in campionato) tra il '71 e il '90, con un'appendice nel 2003 in cui stabilì il record di giocatore più anziano ad aver vestito la casacca rossoblù. "Questa squadra per me è stata una famiglia. Da ragazzo sono stato scoperto da Cameroni sui prati di Ponte Lambro: a Gigi devo moltissimo. Ma anche i miei compagni delle prime stagioni, da Passarotto a Novali, erano come fratelli maggiori. Mi coccolavano ma mi curavano anche, perchè ero una testa calda... Ho avuto la fortuna di giocare con i grandi dell'Europhon e quelli della Mediolanum, da Cavazzano a Bianchi. Brusati il compagno ideale: tanti anni in camera assieme e non si lamentava mai. Cameroni, Mazzotti e Lepetit i tre simboli del mio baseball. Dummar lo straniero più grande. La vittoria da rilievo a Madrid in coppa Campioni la partita che ricorderò sempre. Il rimpianto? Rinunciare alla Nazionale perché dovevo lavorare. Ho fatto una no hit a Firenze senza accorgermi... Più lanciatore o più esterno? A me piaceva soprattutto battere".

Pierino la peste, Attila il camionista: basta poco per inquadrare uno dei più grandi personaggi del baseball milanese. Lanciatore, esterno, gran battitore, carattere difficile, cuore generoso. Per i più vecchi soprattutto uno splendido compagno di viaggio, per i più giovani una leggenda che resta tra i capisaldi del baseball tramandato di generazione in generazione. Piero Allara brinda ai 70 anni e ci ride su: “Li ho raggiunti benissimo, tutto sommato mi sento uguale a prima. Non posso dire di sentire l’età…”. Però guarda indietro con soddisfazione, a quello che ha fatto, al premio Donnabella che ha appena ritirato a testimonianza della considerazione che gode tra gli amici del Milano, ma anche di quello che ha fatto per il nostro club in tanti anni sul campo, lui che ha giocato 644 partite in maglia rossoblù (secondo fedelissimo di tutti i tempi, alle spalle solo di Ivan Guerci), vincendo una coppa dei Campioni e una coppa Italia, segni distintivi dell’unico giocatore che ha unito sul campo gli ultimi acuti dell’era Europhon e i primi dell’era Mediolanum. Perché Piero Allara, nato a Milano il 12 gennaio del 1950, è stato protagonista dal 1971 al 1990, quando ha giocato il suo ultimo campionato di A1 a 40 anni, salvo poi concedersi ancora una passerella nel 2003 per dare una mano al Milano di Raoul Pasotto, appena rifondatosi in serie C, e diventare così il più anziano giocatore di sempre ad aver giocato con la maglia del Milano a 53 anni, 6 mesi e un giorno. Un record curioso, ciliegina su una carriera che ha visto anche momenti di gloria come la no hit lanciata a Firenze nel 1972, quando ancora era un promettentissimo pitcher e non si era ancora trasformato nel grande esterno e battitore che sarebbe stato nella parte più lunga della carriera. Una carriera fatta di numeri che lo vedono ai primi posti in tutte le classifiche rossoblù: 1° nelle partite da titolare all’esterno destro (393), 2° nelle battute valide (592), nei doppi  (110) e nei punti battuti a casa (341), 4° nelle partite da esterno centro (129), 6° nei tripli (17), 7° nei fuoricampo (27), ma anche 10° per riprese lanciate (411), e 15° pitcher come partite vinte (24).

Insomma, una gran fetta di storia del Milano, firmata da un giocatore che in fondo non è mai uscito dal campo: “Sì, sono ancora attivo. Non solo perché aiuto la mia compagna, Carla Martignago, ad allenare la Under 12 del Bollate Softball, ma perché continuo anche a giocare nel campionato amatoriale. Probabilmente sono il giocatore più vecchio d’Italia, ma no, diciamo anziano… In fondo sto bene fisicamente, ho superato i problemi al cuore, adesso ho fatto anche la protesi alla spalla, ma quella del guanto…”.

Allara e il baseball, un contagio inarrestabile. Cominciato come? Ti faccio fare un bel salto indietro negli anni…
“Cominciato con un gruppo di ragazzi di via Salomone, sui prati di Ponte Lambro, estrema periferia… Io mi divertivo molto a tirare i sassi all’Idroscalo, facevamo la gara a chi li tirava più lontano. E poi giocavamo alla lippa. Da lì al baseball il passo è stato naturale, seguendo qualche amico che lo giocava già. Perché allora, ti parlo degli anni a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta, il baseball a Milano era sport di strada, di quartiere. C’erano squadrette dappertutto e noi cominciammo sfidando quelli di Città Studi. Finchè un giorno, a Ponte Lambro, ci vide Gigi Cameroni, che passava di lì per andare a lavorare, e ci portò in gruppo a formare la squadra Babe Ruth del Milano”.

Da lì è cominciata l’avventura di uno dei più grandi fedelissimi rossoblù…
“Sì, qualche anno nelle giovanili, poi mi mandarono a fare esperienza nel Bollate in serie B, quando Teddy Silva venne a Milano. A Bollate giocai due stagioni in B e il primo campionato di A nel ’70, prima di tornare a Milano nel ’71, quando Silva fece viceversa”.

Che cosa rappresenta per te il Milano?
“Beh soprattutto una grande famiglia. Ho giocato almeno con tre generazioni di compagni, dagli anni Settanta agli anni Novanta. E soprattutto sono stato accolto da persone che in un certo senso mi hanno fatto da balia. Io avevo perso il papà a 14 anni e avevo bisogno di figure che mi facessero da guida. E così i Novali, i Passarotto, tutti i compagni di allora per me rappresentavano un po’ dei fratelli maggiori. Mi coccolavano ma mi tenevano anche sotto controllo, perché io avevo un caratterino un po’ ribellino… Arrivavo dalla periferia, ero abituato a fare a cazzotti…”

E il primo personaggio che ricordi di quell’impatto col Milano?
“Sicuramente Cameroni, a cui devo veramente molto. Lui mi ha fatto da papà, tra virgolette. Mi ha fatto crescere come giocatore ma anche come persona”.

Ricordi il tuo debutto in serie A?
“Con il Bollate nel 1970, ma la partita non la ricordo. Ricordo solo che ci allenava Ruggero Coppola che mi teneva in panchina perché voleva che tagliassi i capelli. Ma io non ho mai ceduto. E alla fine, quando ha avuto bisogno, mi ha fatto giocare lo stesso…”.

E la tua partita indimenticabile?
“No, non ho mai fatto caso a queste cose… Pensa che quando ho fatto la no hit a Firenze non me ne sono nemmeno accorto… L’ho scoperto dopo perché me l’ha detto qualcuno o l’ho letto sulla Gazzetta il giorno dopo . E poi ogni partita per me era un’emozione unica, non ce n’era una speciale. Certo, mi viene in mente la semifinale di coppa Campioni a Madrid con il Rayo Vallecano, quando sono entrato a lanciare come rilievo di Passarotto dal 4° inning e abbiamo vinto la partita. Una partita speciale, perché non me l’aspettavo di dover lanciare e perché avevo appena 21 anni. Ecco, questa partita ogni tanto mi fa piacere ricordarla”.

Tutti ricordi legati all’Allara lanciatore…
“Sì, anche una partita vinta contro il Parma lanciando nove riprese. Ricordo che nell’ultimo inning avevo messo strike out Castelli, chiudendo la partita così. Ma l’arbitro non mi chiamò il terzo strike, forse perché era un po’ condizionato dal nome… Poi per fortuna, sul lancio successivo, Castelli picchiò una legnata verso la terza che Sueri prese e fece il terzo out”.

E  la partita da dimenticare?
“Oh tante… Abbiamo preso tante bastonate dal Parma e dal Rimini…”

Che giocatore sei stato?
“Un giocatore normale con tanta voglia e tanta grinta. Ma ce n’erano tanti migliori di me… Ecco, penso di essere stato un buon compagno di squadra. Questo sì”.

Guardando alla tua carriera ti senti più lanciatore o più esterno?
“Ma io non ho poi lanciato tanto… Se pensi a quanto anno lanciato Cherubini, Paolo Re, Braga, Passarotto… E poi io non avevo la testa del lanciatore, all’esterno avevo meno pressione. E a me piaceva soprattutto battere: quando misero la regola del battitore designato lo dissi chiaramente che non avrei più lanciato”.

L’allenatore che ti ha dato di più?
“Tecnicamente Phares, perché è quello che praticamente mi ha impostato, mi ha messo a posto come giocatore. Atleticamente e fisicamente Mazzotti, perché d’inverno mi faceva fare un grandissimo lavoro, che era quello che mi serviva dopo una certa età. Mi faceva sentire bene”.

Il più grande rimpianto?
“Aver dovuto rinunciare alla Nazionale, quando Ambrosioni mi convocò negli anni Settanta. Ma io avevo appena iniziato a lavorare in proprio e non ho potuto andarci”.

Hai vinto la coppa Campioni, ma non lo scudetto. E’ un’altra cosa che ti manca?
“Beh, diciamo che io ho vinto un po’ pochino… Però quando ci siamo auto retrocessi e poi abbiamo vinto il campionato di A2, con i Brusati, i fratelli Re e tutta quella squadra, è stata comunque una bella soddisfazione. E poi mi resta qualche premio, che in fondo sono dei successi a titolo personale”.

Da giovane chi erano i tuoi idoli?
“Direi Passarotto e Cavazzano”.

E il compagno ideale?
“Brusati. Come facevi a non stare bene con lui? Siamo stati compagni di stanza per anni. Alle dieci andava a dormire, alle otto era in piedi… Non disturbava mai, magari si lamentava se fumavo… Prima di lui, un altro che è stato un grande compagno di camera è Sergio Brambilla”.

La più bella soddisfazione che ti resta dopo tanti anni di baseball?
“Aver conosciuto tante persone, tanti amici. E poi il fatto che ancora adesso ogni tanto per strada qualcuno mi riconosce e dopo tanti anni si ricorda di me: ma tu sei Allara, quello del Milano…? E poi anche il fatto di aver giocato in anni in cui il baseball aveva un’altra dimensione, in cui Bollate si svuotava perché venivano tutti al Kennedy a vedere il derby. E i milanesi andavano a riempire il campo di Bollate. Che belli quei derby…”.

E la delusione?
“Non riuscire più a fare adesso quello che facevo una volta. Quando sei in campo e ti rendi conto che il fisico non risponde più…”

Il tuo campo preferito?
“Il Kennedy sicuramente. Ho letto che finalmente il Milano lo può gestire. Una bella notizia, speriamo che possa tornare ai livelli di un tempo”.

La trasferta?
“Rimini e Bologna. Ma anche Nettuno, quando si andava in quell’albergo in riva al mare…”

La squadra in cui avresti voluto giocare?
“Io mi sono trovato sempre bene a Milano. Anche se avevo avuto un’offerta dal Rimini, quando presero Bazzarini e Carelli e avrei potuto seguirli. Ma anche lì mi bloccò il lavoro, avevo appena preso il camion… Scelte di vita”.

A Milano. Ma hai giocato qualche anno anche a Bollate…
“Sì e intendevo dire che mi sono trovato bene in tutte e due le milanesi”.

Allora facciamo la squadra ideale dei tuoi compagni di squadra?
“Sono troppi. E non me li ricordo più… Come faccio? Dovrei mettere i vari Brusati, Braga, Luigi Re, Paolo Re, Guerci… ma io ho giocato anche con i grandi dell’Europhon, De Regny, Novali, Cavazzano… E poi con quelli della Mediolanum Bianchi, Manzini… Ci vorrebbe un giorno intero per mettere giù la squadra”.

Il miglior pitcher italiano?
“Direi Bertoni, Radaelli e Cherubini. Ho giocato con tutti e tre, li ho visti da vicino”.

E quello che ti metteva più in difficoltà?
“Tra gli italiani Cabalisti, un lanciatore sempre rognoso”.

Degli stranieri chi ti ha colpito di più?
“Minetto del Bologna. Ho incontrato anche Olsen, ma direi sempre Minetto”.

E i battitori italiani?
“Castelli il primo vero big. Poi Carelli, Bianchi e Manzini”.

E gli stranieri?
“Dummar, Stimac e Self”.

A Milano, a parte Dummar, chi ha lasciato il segno?
“A me piaceva anche Mitchell, e poi Spears e Bonfonte. Ma Dummar resta il top. Ho giocato anche con Morrison, ma era un po’ troppo pro’… In tutti i sensi”.

I tre personaggi simbolo del baseball italiano?
“Del baseball italiano non so, posso dirti del mio baseball: Cameroni, Mazzotti e Lepetit, tutti e tre grandi personaggi. E poi, restando a Milano, ti dico anche Sandro Cepparulo, un personaggio adesso magari un po’ dimenticato, ma che io ricordo bene”.

E i simboli delle altre squadre?
“Direi Massellucci per Grosseto, Romano per Rimini, Castelli per Parma, Rinaldi per Bologna. Per Nettuno è più difficile: Costantini, Faraone, Laurenzi, i fratelli Lauri…”

C’è uno sportivo fuori dal baseball che ti piace particolarmente?
“No. A partire dal calcio, perché mi sembrano tutti personaggi finti”.

E una squadra per cui tifi?
“Sono interista perché conosco bene Zenga che abitava nel mio palazzo in viale Ungheria. E anche lui è un personaggio un po’ sulle virgole, come tutti noi di viale Ungheria”.

Come Pinazzi, un altro di viale Ungheria…
“No, lui è sempre stato un bravo ragazzo. E’ troppo buono per abitare in viale Ungheria.  A proposito, ho sentito che il figlio va a giocare negli Stati Uniti. Sono contento, finalmente uno dei viale che fa strada”.

E in America per chi tifi?
“Boston”.

L’evento sportivo che ti ha emozionato di più?
“Veder giocare i professionisti del baseball. Le Major league sono un’emozione univca”.

E il nostro baseball come lo vedi?
“Vedo tanta confusione. E poi tutti questi sudamericani… troppi stranieri, non mi appassionano. Mi sembra che ci sia meno amore per il gioco rispetto ai miei tempi”.

Grazie Pierino, vorremmo chiederti tante altre cose, quanti chilometri hai fatto in camion o quante volte ti hanno dovuto trattenere anche sui campi di baseball, ma preferiamo lasciare tutto alla nebbia che avvolge ogni leggenda. Anche le nostre piccole leggende del baseball.

 

 

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