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24

Set
2012

Ciccio Roda, 70 anni di simpatia

L'ex manager del Milano negli anni Ottanta compie gli anni oggi e li festeggia ancora in campo da anima degli Old Rags. Giocatore, allenatore, dirigente, una vita dedicata alla sua Lodi, ma anche una bella parentesi milanese: "Un colpo di fortuna con un buon risultato, la conquista dei playoff. E un incarico che mi ha fatto aumentare l'autostima". E ci racconta anche tutto il suo Milano: da Steve D'Ercole a Paolo Re...

Settant’anni di allegria. Nonostante gli acciacchi, nonostante le operazioni, nonostante questo baseball poverino che non ti fa stare certamente allegro. Ciccio Roda, un nome e un cognome che sono sinonimo di simpatia e buonumore, soffia oggi su 70 candeline, ma parlare con lui è come parlare con un eterno ragazzino pronto ad andare alla battuta come se fosse la prima volta. Ciccio è uomo di temperamento ma anche di grande disponibilità, soprattutto è un uomo con cui non ti potresti mai arrabbiare anche se dovessi pensarla in modo diametralmente opposto. Roda è la storia del baseball a Lodi, ma è stato anche per un paio d’anni protagonista a Milano, manager del Bkv che portò ai playoff contro il Grosseto a metà degli anni Ottanta, quando il baseball riusciva ancora ad offrire gloria alle grandi città e non ti chiedeva la luna per fare un campionato. Ciccio Roda fa 70 anni ed è reduce da un intervento chirurgico a un’anca un po’ ballerina che lo stava tormentando: “Ma adesso mi hanno rimesso a nuovo, sto già camminando, e sono già tornato qui, al campo, anche oggi. L’importante è tornare subito in attività…”. Settant’anni, di cui una cinquantina almeno spesi a rincorrere una pallina e tutti i sogni che rappresenta: “Sì, ne ho dedicato di tempo a questo sport… Ho già maturato abbondantemente la pensione. Ma sono ancora qui”. Cinquant’anni in cui ha fatto di tutto: giocatore, allenatore, dirigente, presidente, consigliere federale, e tutto con la stessa identica passione. - Ciccio, diamo i voti alla tua carriera. Il Roda giocatore quanto valeva? “Sei, non di puiù. Non sono mai arrivato a giocare in serie A, un anno al massimo sono stato il quattordicesimo battitore del campionato di serie B”. - E il Rioda allenatore? “No, quello merita un voto alto. Non ho mai allenato squadre forti, ma per i miei tempi credo di essere stato un buon allenatore. Certo, adesso il baseball è molto più sofisticato e io non sarei più all’altezza. Ma allora probabilmente ero un allenatore da 8, almeno per quello che ho fatto con le squadre che ho avuto a disposizione”. - Poi c’è stato il Roda dirigente… “Ah, quello meriterebbe 11 solo per l’impegno e il lavoro fatto. Poi i risultati devono valutarli gli altri, anche se qualcosa di buono credo di averlo realizzato. Mi darei un 7” - E negli ultimi anni si è visto anche il Roda consigliere federale. “Sì, ma non merita più di 6. Sono stato sempre presente, ma non sono riuscito a portare avanti le mie idee come avrei voluto. Anche perché, soprattutto negli ultimi tempi, ci si vede sempre meno, i consigli federali sono sempre più rari…” - Ciccio Roda vuol dire soprattutto Lodi e gli Old Rags. Che cosa hanno rappresentato per te? “Una cosa importantissima. Vivere in una piccola città non è come vivere a Milano, è tutto un altro mondo. Qui sei conosciuto e il fatto di vivere a Lodi mi ha permesso di diventare un personaggio locale. Ho preso un sacco di premi, tanto per fare un esempio, compresa la cittadinanza benemerita, e non so nemmeno se me li sono meritati. Di certo io ho dedicato tanto al baseball nella mia città”. - Ma nella tua carriera sei stato anche a Milano e a Piacenza. Soprattutto a Milano… “Sì, e Milano per me è stato un colpo di fortuna, perché non me l’aspettavo proprio di andare a guidare una squadra così blasonata. E sono stato contento anche perché poi sono arrivati i risultati, se penso che siamo andati ai playoff pur giocando con un solo straniero contro squadre che ne avevano due o anche tre… Per me è stata un’avventura importante che mi ha dato una certa carica e soprattutto ha aumentato la mia autostima, perché ho capito di poter essere apprezzato anche fuori da Lodi”. - E Piacenza? “Piacenza è stato un momento altrettanto bello perché è arrivato dopo che avevo subito un intervento al cuore e avevo voglia e bisogno di ricominciare. In due anni ho centrato una promozione e un secondo posto. E mi ha colpito molto il momento in cui ci siamo lasciati, perché a Lodi avevano bisogno ancora di me, e il presidente del Piacenza aveva le lacrime agli occhi perché me ne andavo. Comunque sono rimasto molto legato a Piacenza, come lo sono ancora molto con Milano”. - C’è stato un allenatore a cui ti sei ispirato o che ti ha insegnato cose importanti all’inizio della tua carriera? “Dave Phares, con cui sono andato più volte a cena per chiedergli consigli e informazioni. Ma soprattutto ricordo che, quando allenava il Milano, andavo sempre al Kennedy un paio d’ore prima per vedere come organizzava il prepartita”. - Chi è stato il giocatore più forte che hai allenato? “Te ne cito due. Il primo è Paolo Re, soprattutto per il carisma che aveva nei confronti della squadra. Era bravissimo nel motivare gli altri e mi aiutava molto, anche inconsapevolmente, nella gestione dello spogliatoio e delle partite. Il secondo è Mario Labastidas che ho allenato per tre o quattro anni: uno dei più forti giocatori mai venuti in Italia. Giocava interbase e mi ricordo che, in tante partite, l’ho visto tirare per terra una sola volta. Con lui c’era l’out sicuro. Forse in battuta non era straordinario, ma in difesa era da Major. E quando giocava in Venezuela era uno di quelli che iniziava la stagione in panchina e poi giocava sempre. Un po’ come Marini nell’Inter, tanto per fare un paragone calcistico”. - Chi è stato il lanciatore più forte che hai avuto? “Mike Moll, un tipo alto, possente, elegante, che tirava anche forte” - E il battitore? “Forse Cesar Suarez che un anno a Lodi fece 17 fuoricampo. Poi venne anche a Milano, ma con poca fortuna”. - Ti ricordi la tuia prima partita da allenatore? “Sinceramente no, anche perché il mio è stato un passaggio graduale dal campo al dug out, e ho fatto qualche anno da allenatore-giocatore…” - Da giocatore avevi un idolo, un modello? “Io giocavo catcher e in America il mio idolo era Yogi Berra. Perché era piccolo e brutto, anche se io sono bellissimo…. E soprattutto era di origini italiane. In Italia invece il mio riferimento era Ivan Cavazzano , che vedevo sempre giocare a Milano” - Provi a darmi la tua squadra ideale tra i giocatori che hai allenato… “Sul monte, ma anche all’interbase, ci metterei un grandissimo utility come Steve D’Ercole. Il catcher è il venezuelano Turnes. Poi metterei Gaveni, Blanchetti, tutte bandiere lodigiane, ma se devo farmi guidare dagli affetti anche mio fratello Giovanni in terza base. Ma non solo per una questione di affetto, ricordo che Giovanni esordì in A1 battendo due fuoricampo a Novara nei primi due turni alla battuta in prima serie. E agli esterni ci metterei Max Bassi, Guerci e Allara”. - E se dovessi dirmi il Milano ideale tra tutti i giocatori che hai visto? “Sul monte Paschetto, ma anche Passarotto, D’Ercole o Paolo Re. Catcher Cavazzano, meglio di Cameroni che pure ho visto giocare, ed era eccezionale anche in campo. Prima base Novali, in seconda Davide Bassi e in terza Gradali, due che a Milano hanno giocato un anno solo, ma erano bravissimi. Interbase Passarotto o D’Ercole, quello che non lancia. Esterni Bianchi, Rossi e Allara, ma anche due americani come Phares e Shedd”. - E allenatore? “Cameroni ai tempi era il massimo. Ma anche il Mazzotti di adesso è bravissimo: quando era al Milano non ancora, ma adesso è un tecnico preparatissimo” -C’è una squadra in cui ti sarebbe piaciuto giocare? “Il Bologna mi ha sempre attratto. Non perché fossi tifoso, ma per il senso di organizzazione che ha sempre dato”. - Il tuo compagno di squadra ideale? “Nino Limongelli, pitcher degli Old Rags dei miei tempi”. - E il miglior pitcher che hai visto in Italia? “Gioia del Parma, ai tempi, era un super lanciatore. Ma anche Miele, altro straniero del Parma”. - Il lanciatore italiano? “Kiko Corradini del Bologna. Ma ce ne sono stati altri, tipo Bertoni, un grande lanciatore, o Clerici, che è durato poco ma era molto bravo”. - Parliamo di battitori: lo straniero che ti ha impressionato di più? “Self del Grosseto: gli davano sempre la base intenzionale, ma era mostruoso”. - E tra gli italiani? “Giorgio Castelli, sicuramente: l’ho affrontato qualche volta da allenatore e faceva paura”. -Visto che eri un catcher, dimmi allora chi è stato il migliore nel ruolo in Italia. “Ancora Castelli”. - I tre personaggi simbolo del baseball italiano? “Bruno Beneck, perché con lui alla presidenza il baseball sembrava una cosa seria. Poi Giorgio Castelli. E poi basta, il terzo non mi viene in mente. Non vedo personaggi all’altezza di questi due…” - Lo sportivo che ammiri di più? “Roberto Mancini, per quello che ha fatto da calciatore e quello che sta facendo da allenatore. E poi io sono sampdoriano…”. -La squadra per cui tifi fuori dal baseball è inutile chiedertela… “Già, la Samp”. -Ma perché proprio la Samp? “Io da giovane ero un grande tifoso dell’Inter di Herrera, ma proprio un ultrà con tanto di abbonamento a San Siro. A mia figlia invece è sempre piaciuto Vialli e così un giorno ho deciso di portarla a vedere Inter-Samp. Ma mentre seguivo la partita mi accorgevo di tifare per i genovesi e non più per l’Inter e così sono diventato doriano. Sono stato folgorato anch’io come San Paolo…” -E la squadra del baseball Usa? “Gli Oakland, perché hanno gli stessi colori degli Old Rags. Ma anche i Tampa Bay e gli Orioles”. - L’evento sportivo che ti ha più emozionato? “La prima volta che sono andato a vedere una partita di Major league in America: Atlanta Braves-New York Mets, ed erano gli Atlanta di Justice e di Maddux… Lo stadio, il contorno, i tifosi: una bella emozione. Da interista invece la coppa dei Campioni vinta a San Siro col Benfica, con un gol di Jair, sotto il diluvio. Mi ricordo che ero andato allo stadio quattro ore prima…. Robe da matti”. Auguroni Ciccio e, viste le circostanze, in gamba.

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