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31

Agosto
2019

Stroppa, 50 anni da "milanese" del Bollate

Inizio e fine carriera nel Milano e in mezzo tante stagioni giocate con la maglia dei cugini, Andrea Stroppa, detto Alan, festeggia oggi i 50 anni: "Il Milano è la squadra in cui sono cresciuto e dove ho voluto chiudere la mia carriera. Del Bollate ho tanti bellissimi ricordi anche se per loro ero sempre il "milanese". Credo di averli conquistati definitivamente solo quando gli ho fatto vincere proprio un derby con un fuoricampo. Devo tanto a Dario Rossi, il mio primo allenatore: mi ha insegnato la correttezza, in cui ho sempre creduto. Il debutto in A1 con il Milano non lo scorderò mai: mi trovai di fronte Danny Newman... e fu un kappa indimenticabile. Selmi vuole farmi rientrare nel Milano? Per ora non ho tempo, ma se uno dei miei figli dovesse giocare a baseball..."

Partenza e arrivo a Milano con in mezzo tanto Bollate. E’ la storia di Andrea Stroppa, detto Alan, perché dicevano che assomigliasse ad Alan Ford, l’eroe dei fumetti del gruppo TNT che tra l’altro è suo coetaneo, essendo uscito per la prima volta in edicola nel 1969. E Andrea Stroppa festeggia i 50 anni, fatti ancora di baseball giocato, o meglio di softball amatoriale con cui si diverte ancora a passare qualche domenica: “D’altra parte il baseball ce l’hai nel sangue e non puoi farci niente per dimenticarlo. Quando entri in campo, per qualche ora dimentichi tutto: ecco perché ogni tanto gioco ancora… E mi ritrovo con Pierino Allara, Maurizio Rossi, Graziano e Fabio Cogni, gente con cui ho giocato per anni”.

Nato e cresciuto a Milano, nella scuola dei Senatori, settore giovanile rossoblù degli anni Ottanta, fino alla Primavera dell’allora Bkv e all’esordio in serie A1, nell’89, per le uniche tre presenze in massima serie della sua lunga carriera. Poi un anno in prestito a Rho, in B, e tantissima A2 nel Bollate, dal ’91 al 2004, prima di chiudere la carriera nuovamente nel Milano, per due anni, in serie B. 64 partite in tutto con la maglia rossoblù, tutte da esterno: “Sì, ho cominciato da ragazzo con i Senatori di Dario Rossi che poi ci ha accompagnato nell’avventura della Primavera, ma il mio debutto in prima squadra è coinciso con l’arrivo della Mediolanum e quindi mi hanno mandato a fare esperienza in prestito prima a Rho, poi a Bollate. Finchè entrai nell’operazione Borroni, che tornò a Milano, e venni ceduto definitivamente al Bollate. Ma a fine carriera, quando avevo già 34-35 anni, sono tornato a Milano per chiudere dove avevo iniziato. E, guarda caso, ho giocato la mia ultima partita in un derby con l’Ares proprio al Saini che era stato il mio primo campo ai tempi dei Senatori… Così si è chiuso il cerchio”.

E adesso?

“Adesso gioco nell’amatoriale, ma seguo il baseball solo da lontano. Sono tornato al Kennedy per giocare una partita al Kennedino, tra l’altro mentre il Milano giocava una partita di serie B. Ho visto che è una squadra molto giovane… Ho letto che Simone Pinazzi, con cui sono cresciuto, ha un figlio che lancia in prima squadra. E ho incontrato Alessandro Selmi con cui avevo giocato a Bollate… Mi ha chiesto di rientrare, di fare qualcosa nel Milano, ma ha capito che in questo momento non ho tempo per fare una cosa seriamente: ho due figli ancora piccoli e ogni tanto riesco solo a distrarmi con l’amatoriale. In futuro? Chi lo sa: dipende proprio dai miei figli, se uno dei due volesse giocare a baseball, so già che verrei risucchiato…”

Che ricordo hai dei tuoi anni rossoblù?

“I primi anni sono stati duri ma bellissimi. La Primavera di allora era un gran bel campionato: giocavamo contro le stesse avversarie della serie A1, poer cui a 16 anni mi sono ritrovato a girare l’Italia, rinunciando ai sabati e alle domeniche. Ma sono stati anni bellissimi: trasferte a Parma, Bologna, Grosseto, magari si perdeva di brutto ma c’era tanto da imparare. Un bellissimo gruppo, con Dario Rossi manager e poi Pinazzi, Gabriels, Maurizio Rossi…”

Fino al debutto in prima squadra: lo ricordi?

“Certo, contro il Novara, credo di essere entrato all’esterno al posto di Allara… Ma soprattutto mi ricordo di essermi trovato di fronte Danny Newman, così ho capito subito come erano i pitcher di A1. Credo che quello strike out non me lo scorderò più”.

Nel ’91 sei passato al Bollate e lì hai passato praticamente quasi tutta la tua carriera…

“Sì, purtroppo senza tornare più in A1 perché anche quando abbiamo vinto la A2 abbiamo dovuto rinunciare alla promozione per motivi economici… Ma abbiamo sempre giocato dei campionati di buon livello, con degli allenatori cubani che mi hanno insegnato molto, mi hanno fatto crescere molto a livello tecnico. E poi in un ambiente sanguigno, in cui non si molla mai fino all’ultimo inning. Però io sono sempre rimasto il “milanese”, anche se ho giocato a Bollate per 13 anni e mi sono inserito benissimo nel gruppo. Diciamo che mi hanno “sdoganato” completamente solo quando ho battuto un fuoricampo nel derby che ci ha fatto vincere contro il Milano…”

Già, il derby. Tu l’hai vissuto solo dalla parte bollatese: 14 presenze da ex…

“Sì, con il Milano ho giocato solo i derby Primavera e quelli del Trofeo Imbastaro, un bel torneo giovanile di quegli anni,in cui una volta ho anche vinto la coppa di miglior battitore. Che ogni tanto faccio vedere ai miei figli…”

E poi sei tornato a Milano a chiudere la carriera…

“Gli ultimi due campionati che ho giocato. All’inizio è stata un po’ dura perché sono dovuto scendere dalla A2 alla B, ma lo dico senza presunzione. Poi però mi sono divertito perché il livello non era male e in squadra ho ritrovato anche un vecchio compagno come Simone Spinosa con cui avevo iniziato nei Senatori e che era venuto a giocare un paio d’anni anche a Bollate. Come lo stesso Selmi”.

Qual è la tua partita indimenticabile?

“Sicuramente con il Bollate: penso quella della promozione in A1, era una bella squadra, quell’anno giocava con noi anche Sheldon. Ricordo che l’ultima partita l’abbiamo giocata a Parma, mi pare con la Crocetta, ma la nostra promozione era legata anche ai risultati degli altri campi. Così, finito il nostro incontro siamo rimasti incollati a una radio dell’Emilia che trasmetteva la diretta delle partite… e poi si è scatenata la festa. Però le vere partite indimenticabili sono le vittorie in cui lasci il segno: io non sono mai stato un grande fuoricampista, però qualche partita l’ho decisa anch’io. Tipo quel derby di cui parlavo… E pensa che in quell’occasione avevo segnale di bunt, ma io, che in carriera sono sempre stato molto ligio alle indicazioni dei manager, quella volta ho voluto fare di testa mia… Si vede che me lo sentivo…”

A proposito di manager, chi è quello che ti ha dato di più?

“Sicuramente Dario Rossi all’inizio, perché è quello che mi ha insegnato l’approccio al gioco e la correttezza in campo, cosa in cui credo ancora moltissimo, anche quando gioco nell’amatoriale. Poi devo dire almeno due cubani a Bollate: Pedro Almenares, un coach che mi ha insegnato tanto, e Richard Macias, importantissimo soprattutto per l’aspetto psicologico”.

E invece da ragazzo chi era il tuo idolo?

“Ricordo le partite del Milano ai tempi della Cei, con Dummar grandissimo prima base e battitore, Mitchell interbase, ma soprattutto Ken Spears, visto che io giocavo esterno. D’altra parte tutto quel Milano per me ragazzino era un punto di riferimento”.

Il compagno di squadra ideale?

“Beh dipende dal periodo… Da ragazzo ero molto legato a Daniele Bruciamonti e a Maurizio Rossi che vedo ancora adesso. A Rho con Dante Di Lauro. A Bollate con tantissimi compagni, a partire da Luca Leonesio. Ma per esempio con Sheldon ho giocato un solo anno, però è stato un grande piacere avere in squadra un giocatore con quella professionalità”.

La più grossa delusione? C’è qualcosa che non rifaresti?

“No, rifarei tutto, anche le scelte più sofferte, come quando mi hanno detto di andare a Bollate perché se fossi rimasto nella Mediolanum avrei giocato pochissimo. Anche la scelta del momento di ritirarmi, perché penso di averlo fatto al tempo giusto. Forse una cosa che ho sbagliato è stato non rispondere alla mail di Giulianelli che mi aveva chiesto di incontrarci dopo la mia decisione di smettere. Ed è stata una  scortesia”.

Il campo preferito?

“Una bella lotta tra il Kennedy e Bollate”.

La trasferta?

“Bologna, già quando ci andavo con la Primavera. Un campo bellissimo”.

Adesso ti tocca fare la formazione ideale dei tuoi ex compagni di squadra…

“Questo è un vero problema: ecco perché non faccio l’allenatore… Partiamo dagli esterni, ma scelgo più che altro quelli con cui mi sono divertito di più, per questo se io gioco al centro metterei a sinistra uno come Bruciamonti. E a destra Borroni, con cui ho giocato a Bollate: mi ha fatto una testa così, ma ho imparato tanto. In diamante metterei Luca Leonesio, Graziano Cogni, David Sheldon ma anche Maurizio Rossi con in prima base Simone Bacio che ha giocato con me sia a Milano che a Bollate. Catcher Caio Mattielli: siamo stati assieme dodici anni… E sul monte Davide Leonesio, credo che se lo meriti. Anche se nella Primavera del Milano lanciava un certo Pinazzi…”

A proposito di lanciatori, chi è quello che ti metteva più in difficoltà?

“Posso dirti quello che mi ha più impressionato: Joel Lono. L’ho incontrato una sola volta e non ci ho capito niente”.

I tre personaggi simbolo del baseball iotaliano?

“Bella domanda… Io metterei solo giocatori, perché alla fine la gente si ricorda solo di loro. E metterei i grandi protagonisti di quella che era una Nazionale tutta italiana, quella di Roberto Bianchi, che ho avuto il piacere di conoscere a Milano, di Manzini, di tutta quella generazione. Purtroppo gli stranieri e gli oriundi hanno soffocato il baseball italiano. Io ho deciso di venire via da Bollate anche per questo”.

Lo sportivo preferito fuori dal baseball?

“Tutti quelli corretti. Da milanista potrei dire uno come Kakà”.

Nel baseball Usa tifi per qualcuno?

“Sicuramente tifo contro gli Yankees che mi ricordano troppo la Juventus. Ti direi i Mets, anche perché andai a vederli durante il mio viaggio di nozze, ai tempi in cui ci giocava Mike Piazza”.

L’evento sportivo che ti ha emozionato di più?

“Dobbiamo tornare al calcio con la finale di Coppa Campioni Milan-Juventus, decisa ai rigori da Shevchenko. Lì mi sono proprio emozionato… Ma anche con i Mondiali vinti dall’Italia nel 2006, forse perché era il 9 luglio, che è il mio anniversario di matrimonio…”.

Chiudiamo con un ultimo messaggio?

“Sì, mi scuso con tutti quelli di cui mi sono dimenticato…”

Corretto fino in fondo. Auguroni “Alan” Stroppa.

 

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