Milano 1946

Gianluca Piazzi, 50 anni di un lanciatore da record

Traguardo di mezzo secolo per Gianluca Piazzi, figlio d'arte, il lanciatore dei primati nel Milano: suo il maggior numero di gare da partente, di partite vinte e di strikeout nella storia rossoblù. E suo anche il record di partite giocate in batteria con Anedda: "Con Stefano c'era un feeling speciale, bastava uno sguardoi per capirci. Quanti anni e quante ricordi, ma quello a cui sono più legato è la promozione in A2 del 2007 con quelle tre fantastiche paretite contro il Castenaso. Novali, Cameroni, Paganelli e Radaelli i miei maestri, Simone Spoinosa il battitore che mi dava più fastidio nei derby tra Codogno e Lodi.  Quella volta che per lanciare una partita di coppa andai in macchina fino a Zagabria..."


Dodici stagioni in rossoblù, 176 partite giocate da lanciatore di cui 130 da partente (record) e soprattutto 100 partite vinte e 958 strikeout che ne fanno il leader assoluto della storia del Milano, oltre a 1076.2 riprese lanciate che lo pongono al secondo posto all time dietro al solo Carlo Passarotto. Con questi numeri Gianluca Piazzi entra di diritto tra i grandi del nostro club, anche se le vicissitudini societarie gli hanno impedito di giocare più di tanto ai massimi livelli, come avrebbe meritato. Però le soddisfazioni non gli sono mancate, anche nelle serie inferiori, compresa quella di essere uno dei cinque pitcher rossoblù ad aver lanciato una no-hit, contro il Legnano nel ’96. Cresciuto nei Senatori, che ai tempi rappresentavano il vivaio del Milano, figlio d’arte, visto che il padre Giancarlo, storico segretario del Milano, ha lanciato a sua volta nel Pirelli, Piazzi ha fatto in tempo a vivere l’ultima stagione del ciclo Mediolanum, nel ’93, anno in cui ha debuttato in A1. Poi ha giocato anche a Bollate, a Codogno e nell’Ares, ma con il Milano ha potuto conquistare due promozioni dalla B alla A2 (’95 e 2007) e una in serie A1 nel 1997.

E oggi Gianluca, nato a Milano il 31 maggio del ’71, festeggia il mezzo secolo: “Sì, ma una festa molto contenuta, in famiglia, con i ragazzi, sperando che siano le ultime restrizioni di questo lockdown. Come mi sento? Fino a due settimane fa molto bene, poi improvvisamente ho fatto uno starnuto e mi si è bloccata la schiena… Lì ho capito che cosa vuol dire l’età”.

Ma, età a parte, sei sempre attivo anche nel baseball…

“Sì, alleno le giovanili dell’Ares, l’Under 15 e l’Under 18 dove giocano i miei due figli. Non solo, ma pensa che l’altra domenica ho addirittura lanciato in serie B: 0,2 inning contro il Fossano e abbiamo vinto… Io non volevo, ma avevo anche promesso a Faso che se ci fosse stato bisogno una mano gliel’avrei data…”.

L’Ares è una squadra molto giovane, che cosa c’entri tu?

“Sì, proprio perché è molto giovane, deve fare i conti anche con i limiti di lanci per gli under e allora tante volte la coperta rischia di essere corta. Però qui ci sono veramente tanti ragazzini con grandi potenzialità”.

E i tuoi figli lanciano anche loro?

“Qualche volta, ma fondamentalmente giocano da interni. Il più grande, Edoardo, che ha 16 anni, è un interbase, il giovane, Enrico, 13 anni, è un terza base. Però non hanno dimenticato la tradizione di famiglia…”.

Dunque non sono mancini.

“No, sfortunatamente, o fortunatamente, non lo so, sono destri. Ma d’altra parte anche mio papà era una lanciatore destro, evidentemente alterniamo il braccio ogni generazione”.

Come hai scoperto il baseball? Colpa di papà?

“Beh sì, papà mi ha detto: prova… Io ho provato e ho scoperto non solo che mi piaceva, ma anche che riuscivo abbastanza bene. Prima avevo giocato a pallavolo, avevo fatto nuoto, ma poi sono caduto in questo circolo vizioso… Però, appena posso, mi dedico anche agli sport del mare: vela, pesca, surf, kitesurf, sull’acqua faccio di tutto”.

Che ricordo hai dei tuoi 12 anni col Milano?

“Quanti anni… e quanti ricordi. Anche se forse quello che mi è rimasto dentro più di tutti è l’ultimo, la promozione in A2 del 2007, con quel fantastico trittico di vittorie sul Castenaso. Però il Milano ha rappresentato anche il mio salto nel grande baseball, gli anni della Mediolanum in cui ho debuttato in serie A, ma ancora prima mi avevano già aggregato alla prima squadra. E a vedere da vicino tanti campioni, allenandoti con loro, non puoi far altro che imparare. Cosa che i giovani di oggi faticano a recepire. E poi al Milano ho avuto la fortuna, fin da ragazzo, di avere grandi maestri: Novali, Cameroni, Paganelli, Radaelli… Da giovanissimo ricordo che era venuto a qualche allenamento in palestra persino Biro Consonni che mi aveva fatto anche i complimenti”.

Peccato che il Milano ti abbia permesso di giocare poco in A1…

“Sì, però mi sono preso le mie soddisfazioni, giocando anche due coppe europee. Ricordo in particolare quella di Zagabria, nel ’98, perché io ero impegnato con gli esami universitari ma ero previsto in rotazione. Così ottenni il permesso di restare a Milano a studiare, andai a Zagabria in macchina per la mia partita, lanciai 9 inning vincendo contro il Pamplona e me ne tornai a casa a dare l’esame”.

Da ragazzo avevi un idolo?

“Mi ricordo che da piccolo mi colpiva tantissimo George Dummar. Forse perchè lo vedevo così grande… Ma poi tutti i big della Nazionale: ricordo che andammo a vedere una partita degli Europei dell’83 in Toscana, l’Italia aveva quella divisa con tutte le stelline, e Angelo Novali mi fece fare l’autografo da Carelli, da Bianchi, da Manzini…”.

Il compagno di squadra ideale?

“Andavo d’accordo con tutti… Per parecchio tempo il mio compagno di camera è stato Alessandro Ambrosioni, però forse quello con cui avevo più intesa, anche per questione di ruoli, era Stefano Anedda. Bastava guardarci negli occhi per capirci”.

A proposito, sai che tu e Anedda siete la batteria che ha giocato più partite nel Milano? (80, davanti a Braga-Omiccioli, 61, e Folli-Cameroni, 60).

“Non lo sapevo. Beh, anche questa è una bella soddisfazione”.

E da chi hai imparato di più?

“Giocare con Radaelli mi ha dato tantissimo, perché Rada era un grande esempio per tutti noi giovani. Però ho cercato di carpire i segreti del monte anche a gente come Cherubini, Sontag, Smith. Ma devo dire che mi hanno insegnato molto anche due tecnici cubani come Armando Ferrer, che ho avuto a Codogno e che recentemente ha vinto ancora il titolo cubano con gli Industrailes, e come Higinio Velez, che è appena scomparso, e veniva ad allenarci quando ero nella Nazionale militare”.

Ricordi il tuo debutto in A1?

“Purtroppo sì, anche se fortunatamente è stato un no contest, perché la pioggia ha fatto annullare la partita. Eravamo a Nettuno e credo di aver preso 35 chilometri di doppi, tripli e fuoricampo… Ricordo che Mauro Mazzotti, non so quanto scherzando, mi disse che il monte l’avrei rivisto solo in allenamento…”.

La tua partita indimenticabile?

“Le ultime, le tre vittorie nei playoff contro il Castenaso. E poi l’esordio nel Bollate, nel ’94, quando il Milano ripartì dalla C e io andai lì con Ivan Guerci. Ricordo che c’era anche Sheldon, ma non era pronto, e così contro il venezuelano del Modena lanciai io per 9 inning, perdendo 2-1”.

E invece quella da dimenticare?

“Ne parlavo proprio con mio figlio Edo andando a Bollate l’altro giorno: una, giocata su quel campo, contro il Riccione. Credo di non aver fatto nemmeno un out, giravano come delle trottole. Ma si sa che ogni tanto può capitare la giornata storta”.

La più bella soddisfazione?

“Sempre la promozione in A2 del 2007. Dieci anni prima avevo conquistato anche quella in A1 vincendo la finale contro il San Marino, ma chissà perché l’ho vissuta meno intensamente di quel playoff di serie B con il Castenaso. Forse perché gli anni avanzavano e sapevo che quella sarebbe stata la mia ultima stagione vera, infatti l’anno dopo rinunciai a giocare in A2 per gli impegni di lavoro”.

Il campo preferito?

“Il Kennedy, casa è sempre casa. Ci sono stato anche sabato scorso e l’ho trovato ancora un biliardo. Adesso aspettiamo solo il tabellone e le luci e poi possiamo rivivere un sogno. In giro per l’Italia invece mi piacevano quello di Sanremo, in riva al mare, e quello di San Marino, nella vallata. Però anche Nettuno…”.

La trasferta più bella?

“Ci pensavo l’altro giorno, nell’anniversario di Falcone e Borsellino: come dimenticare le trasferte a Palermo? Si saliva in aereo a Linate, si scendeva a Punta Raisi, dieci minuti di pullman, albergo e spiaggia… Tra quelle più vicine invece mi piaceva Collecchio, forse sempre per l’albergo”.

Facciamo la squadra ideale dei tuoi compagni.

“Io e Stefano Anedda in batteria, ovviamente. Bacio in prima, Spinosa in seconda, Peonia in terza, Sheldon interbase, anche se ho giocato con un altro buon interbase come Mariano Drago, poi Alex Neri, Raoul Pasotto e Pinazzi esterni, con Ivan Guerci designato”.

E nel tuo immaginario quali sono i nomi che hanno fatto grande il Milano?

“Tra quelli di cui ho sentito parlare direi Gigi Cameroni catcher con Glorioso sul monte, poi Novali, i fratelli Balzani, due grandi esterni come De Regny e Rossi, Goldstein che poteva essere un ottimo dh… Tra quelli che ho visto, Manzini e Bianchi, poi Peonia, Sheldon, Neri, Fraschetti che è un’icona del Milano. E poi mi piaceva tanto un utility come Lino Capuozzo”,

Il miglior lanciatore italiano?

“Per sentito dire credo Giulio Glorioso, penso abbia ancora dei record. Poi uno che considero italiano come Joel Lono, visti i tanti anni che ha passato da noi. Nei tempi più recenti credo che il trittico dei big italiani sia composto da Ceccaroli, Cherubini e Radaelli. Ma a me piaceva molto anche Masin”.

Il battitore che ti dava più fastidio?

“Simone Spinosa, quando lui giocava a Lodi e io a Codogno, ma nei derby della Bassa soffrivo molto anche Labastidas, che se serviva ti faceva valida anche su un ball. Nei derby di Milano invece ero spesso in difficoltà contro Faso: mancino contro mancino…”.

Il miglior battitore italiano?

“Carelli e Bianchi, due principi della battuta”.

I tre personaggi simbolo del baseball italiano?

“Beneck e Notari tra i dirigenti: hanno fatto molto per il baseball, anche se molti non condividevano le loro scelte. E hanno avuto un posto di rilievo anche a livello mondiale. Tra i tecnici Mazzotti, uno che è sempre stato avanti rispetto ai tempi. E tra i giocatori ritorno sempre a Carelli e Bianchi”.

Lo sportivo che ammiri di più?

“Seguo il calcio e sono tifoso della Sampdoria, per cui mi piace Quagliarella, un esempio per i giovani, il Baresi di oggi. Nel tennis invece ammiro Federer per la longevità”.

Nel baseball Usa per chi tifi?

“Simpatizzo per i San Francisco Giants”.

L’evento sportivo che ti ha emozionato di più?

“In genere le World Series e i Superbowl, lo sport americano al top”.

Chiudiamo ancora con il Milano: lo segui sempre?

“Sì, un po’ a distanza, ma lo seguo, anche perché c’è papà che mi aggiorna… Però leggo, mi informo, lo vedo bene. Ho parlato con Fraschetti la scorsa settimana e mi ha detto che c’è un bel gruppo di giovani che possono crescere. Certo, il campionato è difficile, anche inatteso, ma per questi ragazzi può essere una bellissima opportunità”.

 

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31/05/2021