Milano 1946

Fontanini, 70 anni da una mazza all'altra

Auguri speciali a Romano Fontanini, prima base-esterno cresciuto nel Lodi, ma che ha giocato le sue migliori stagioni in rossoblù dal '74 al '76: "Il Milano è la squadra a cui sono più legato, con l'Europhon ho sfiorato lo scudetto, ma le vacanze rovinarono i nostri americani... Giocare a Parma mi emozionava, a Nettuno invece ho avuto proprio paura: circondarono il pullman e poi ci picchiarono in campo, per fortuna c'era Passarotto... Castelli, Varriale e Laurenzi tre giocatori simbolo, ma a Milano ho visto crescere Carelli. La partita più bella? Una vittoria da lanciatore a Bologna. Blanchetti il miglior lodigiano di sempre, ma Roda ha dato il sangue. Strong mi ha buttato in prima squadra a 15 anni, ma Phares era un allenatore straordinario. Che triste il baseball di oggi: come ha fatto a perdere tutto il pubblico che avevamo? Questo sport mi ha dato tanto, ma adesso mi tengo in forma con il golf".


E’ uscito dai radar del baseball da tanti anni, ma in ufficio tiene ancora appese al muro le foto di quando giocava a Milano: “Ho quelle con la maglia dell’Europhon, come posso dimenticarmi? E poi ci sono quelle di una partita giocata contro la Brigham Young University che in quegli anni venne a Milano…”. Romano Fontanini festeggia i 70 anni giocando a golf, come altri ex del baseball, ma non ha certo dimenticato il primo amore sportivo. Anche se le vicende della vita, e soprattutto del lavoro, l’hanno poi portato lontano dai diamanti.

“Sì, ho smesso perché cominciavo ad avere dei problemi con la schiena, ma soprattutto perchè mi sono tuffato nel lavoro, che alla lunga mi ha dato anche delle belle soddisfazioni perché sono riuscito a mettere in piedi una mia azienda nel settore delle attrezzature per le pulizie industriali. Lavoro ancora adesso, anche se devo dire che ormai ho lasciato spazio alle mie figlie che sono bravissime a tenere in equilibrio i conti, anche in questa situazione problematica. E poi, quando ho bisogno di evadere e di rilassarmi un po’ vado a giocare a golf: l’ho scoperto a 55 anni e devo dire che forse sono stato avvantaggiato dall’aver giocato a baseball, fatto sta che è uno sport che mi ha veramente aiutato tanto in questi anni”.

Il baseball, invece, è alle origini della vita sportiva di questo lodigiano, nato però a Soncino, in provincia di Cremona, il 14 gennaio del ’51. A Lodi invece è sbocciata la sua passione per il baseball, prima di approdare al Milano voluto da David Phares nell’Europhon del ’74 e dove è rimasto fino al ’76 giocando 75 partite di campionato tra prima-terza base ed esterno. “Da ragazzo ero anche un buon calciatore, ma abitavo in zona Fanfani, come la chiamiamo qui a Lodi, e la mia casa era proprio vicina alle Baste, il vecchio campo dove si giocava a baseball allora. E il Lodi di quegli anni era anche una bella squadra, arrivata in serie A a metà degli anni Sessanta. C’erano un paio di venezuelani che per noi ragazzini erano dei fenomeni e poi c’era Jimmy Strong come allenatore, che ebbe il merito, e il coraggio, di buttarmi in prima squadra a 15 anni. E così mi ritrovai addirittura ad esordire giovanissimo in serie A con tutta la mia inesperienza e un po’ di incoscienza. Mi ricordo per esempio che una volta a Firenze mi mise in terza base e io fermai una battuta con la mano nuda, la destra, tanto da lacerarmela tra l’anulare e il mignolo. Ma Strong mi urlò di tirare lo stesso e io feci addirittura l’out in prima…”

Quindi hai giocato più nel vecchio Lodi che negli Old Rags?

“Sì, a parte Milano che resta la mia vera squadra e dove sono rimasto un po’ di anni anche con altre maglie, ho giocato sempre nel Lodi. Con gli Old Rags però ho chiuso la carriera giocando ancora una stagione dopo aver lasciato il Milano. E proprio nel Lodi venne a vedermi David Phares: lo ricordo ancora, perché giocavamo a Novara e a fine partita venne a parlarmi. E l’anno dopo arrivai all’Europhon”.

Che in quella stagione sfiorò anche lo scudetto…

“Sì, eravamo una grande squadra, ma dopo la sosta di agosto sprecammo un vantaggio di 3-4 partite che avevamo in classifica e buttammo la stagione. Ma devo dire che gli americani erano tornati dalle vacanze che sembravano degli altri giocatori… Eppure quella squadra, in una città refrattaria come Milano, riusciva veramente a riempire il Kennedy. E sapete che lì di gente ce ne sta tanta… “

Erano anni d’oro per il baseball in generale.

“Sì, quando andavamo a Parma non c’era un posto libero in tribuna. E a Nettuno non ne parliamo: poi là non potevano vederci e una volta ci hanno anche picchiato di brutto. Ricordo che si scatenò una rissa furibonda con Everardo Dalla Noce che la raccontava in diretta alla radio… C’era un clima molto teso: ricordo che a un certo punto i tifosi circondarono il nostro pullman mentre andavamo al campo e se non avevamo con noi Passarotto non so come andava a finire. Perché Carlo, che era un grande della Nazionale ed era molto stimato anche da quelle parti, scese a calmare la gente e ci fecero passare. Ma sinceramente devo dire che in quei momenti ho avuto proprio paura. Nettuno allora era così: due ore prima della partita c’era già la gente al campo che ti tirava di tutto”.

E tu come ti sei trovato in quel Milano?

“Bene, anche perché Milano era una città che aveva un suo fascino, soprattutto per me che, in fondo, ero un po’ un paesano… Anche se Milano la conoscevo bene perché ci lavoravo già da qualche anno come agente di commercio. Certo, a Lodi giocavo meglio, più in scioltezza, con meno pressione, però a Milano credo di aver dato una mano anche in battuta. Il problema è che, soprattutto all’inizio, giocavo con discontinuità e non era facile. Giocavo soprattutto prima base o esterno destro, però una volta ricordo che Phares mi fece lanciare a Bologna (contro la Derbigum, ndr) e vinsi la partita battendo anche tre belle valide in attacco. Però devo dire che in quella squadra, con gente come Cavazzano, Bazzarini, lo stesso Passarotto, non potevi non dare il massimo”.

L’allenatore a cui devi di più?

“Indubbiamente Phares, che mi ha insegnato molte cose. Di lui mi colpiva soprattutto la preparazione invernale che non era fatta solo di atletica o di tecnica ma andava molto in profondità. Ad esempio mi ricordo che ci faceva fare degli esercizi per tenere sempre aperti gli occhi, cosa fondamentale per la battuta. Mi vengono in mente quando vedo adesso certi calciatori che saltano di testa chiudendo gli occhi…”.

Lo stadio preferito?

“Beh Parma, mi emozionavo sempre quando ci giocavo. Mi ricordo che una volta, in terza base, ho fatto una gran presa su un siluro di Castelli. Ma anche a Rimini ricordo una grande presa all’esterno centro”.

La partita indimenticabile?

“Forse quella di Bologna, anche perché è stata l’unica che ho vinto da lanciatore con il Milano”.

Il compagno ideale?

“Mah, mi sono trovato bene con tutti… Ricordo Sueri, in particolare, ci prendevamo in giro apostrofandoci in lodigiano e in parmigiano… E poi Cavazzano, che era un bell’esempio per tutti. Ma ricordo con piacere Bazzarini e anche Pierino Allara, che chiamavamo “viale Ungheria” e che ho ritrovato qualche volta sul lavoro, perché magari lo incrociavo in qualche posto dove lui arrivava col camion. E poi Lorenzo De Regny, dal quale, qualche volta, sono rimasto anche a dormire”.

C’è qualcuno con cui hai mantenuto i contatti?

“Purtroppo no, anche se qualche volta mi hanno invitato alle cene ma non sono mai riuscito ad andare. Alla prossima però vorrei venire, mi farebbe piacere rivedere un po’ di vecchi amici. In fondo era un bel gruppo, con quella villetta a Città Studi dove stavano gli stranieri che forse alla fine è stata un po’ la rovina del Milano, perché con gli americani tante volte arrivavano certe modelle…. E si sa lo sport è una bellissima cosa, ma anche le modelle…”.

A proposito di americani, in quel Milano il numero uno era Frank Bonfonte.

“Certo, un grandissimo giocatore. Di lui ricordo in particolare un fuoricampo stratosferico a Trieste, nel campo di Opicina. Prima la mandò fuori in foul con la palla che finì in un campeggio lì vicino, poi fece un homer vero scaraventando una linea contro la roccia che c’è all’esterno. Però non erano solo i giocatori a fare grande quel Milano, c’erano anche dei grandi dirigenti come il dottor Ghitti o l’avvocato Donnabella, veramente una persona squisita”.

Tu poi sei rimasto al Milano anche dopo la prima auto retrocessione in A2…

“Sì, e ho fatto in tempo a giocare anche con le nuove generazioni. Ricordo Paolo Braga, Omiccioli, Mazzotti, oltre a Nicolini, a Pensieri, il seconda base che aveva già giocato con noi anche in A1”.

Segui ancora il baseball?

“In tv, come seguo tutti gli sport. Ultimamente mi sono innamorato del rugby, mentre devo dire che il baseball è proprio sparito. Abbiamo proprio perso il treno: ma come si fa a sperperare tutto il seguito che era stato costruito in quegli anni? Ai miei tempi ricordo stadi pieni e un buon livello di gioco. E un pubblico anche preparato, come quello di Parma, per esempio. Eravamo uno sport considerato, non eravamo lontani dal basket come popolarità: ricordo che Cavazzano era amico di Bariviera e tante volte loro venivano a vederci, come noi andavamo al Palalido. Ti ripeto, eravamo riusciti a portare più di tremila persone al Kennedy…”.

Parlaci invece della tua Lodi…

“Beh, come ti ho detto, io ho iniziato nel Lodi che era la squadra di quei tempi. Poi sono arrivati gli Old Rags e a un certo punto si è creata anche una bella rivalità cittadina, con due squadre a un buon livello. E se penso che adesso fanno fatica a mantenere una squadra sola in serie C… Purtroppo anche a Lodi il baseball è precipitato: sono andato a vederli qualche anno fa, ma il livello è veramente basso…”.

Se dovessi scegliere un giocatore simbolo del baseball lodigiano?

“Credo l’interbase, Blanchetti. E’ quello che forse ha fatto la carriera migliore. E poi un americano, Ron Busalacchi, che è diventato un lodigiano anche lui. Ma al di là dei giocatori, bisogna dire che la persona più importante è stato Roda, uno che per il baseball a Lodi ha dato veramente il sangue”.

Una domanda che faccio a tutti: i tre personaggi simbolo del baseball italiano?

“Tre giocatori che mi piacevano ai miei tempi: Castelli, Varriale e il catcher del Nettuno, Laurenzi. Ma non dimenticherei Beppe Carelli, che ho avuto come compagno nel Milano agli inizi: a quei tempi ogni tanto si addormentava, ma poi è diventato uno dei più grandi di sempre”.

Grazie, Romano. Buon compleanno e ti aspettiamo a Milano, tra una partita di golf e l’altra. “Certo. Anche se non ti ho detto che la mia vera passione è un’altra: ogni due anni vado in Canada a pescare il salmone…”. Complimenti, noi lo peschiamo al supermercato...

 

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13/01/2021