Milano 1946

Dario Rossi, 80 anni e un Oceano di ricordi

Compleanno speciale per il grande esterno dell'Europhon, poi tecnico delle giovanili milanesi per tanti anni: "Ho iniziato a giocare in un campetto sulla circonvallazione. Poi ho avuto la fortuna di capitare nel Milano più grande di sempre e vincere tanto. Ma forse ho dato più a questa squadra come allenatore: che soddisfazione veder arrivare in prima squadra tanti ragazzi. Due homer contro il Picadero nella mia partita indimenticabile. Strong e Lachi i tecnici che mi hanno dato di più. Non sopportavo i pitcher mancini, ma che sfide con Clerici... Zugheri e Novali i compagni ideali. Shedd un fenomeno, Morrison il più grande visto a Milano. Mazzotti avrebbe meritato uno scudetto anche con la Mediolanum".


Ottant’anni raggiunti a tutta velocità. Tra una visita medica e un esame (“la tassa da pagare per arrivare a quest’età”), ma sempre con lo spirito di quando correva sul diamante. Gli 80 anni del recordman delle basi rubate del campionato italiano, un primato (43 “furti” in una stagione) che resiste dal 1966, sono l’ennesimo traguardo di Dario Rossi, grande esterno dell’Europhon che dominava in Italia e in Europa e prima ancora dei Leprotti e del Pirelli, ma poi per tanti anni anche tecnico delle giovanili milanesi in cui ha fatto crescere tanti ragazzi. Ottant’anni con qualche acciacco, ovviamente, ma che fanno intravedere ancora un fisico da grande atleta, quale è stato Dario negli anni in cui galoppava all’esterno centro del Kennedy. “Sarebbe bello a 80 anni essere ancora in campo a insegnare ai ragazzini, ma la vita è così: bisogna accontentarsi di essere qui…”.

Ottant’anni di un uomo chiamato Oceano, soprannome curioso che gli aveva appioppato per chissà quale motivo un tifoso che lo urlava per tutta la partita ai tempi belli del baseball milanese. E dunque con Dario Rossi, nato a Milano il 31 agosto del 1941, ci tuffiamo in un oceano di ricordi che ci riportano alle squadre di quartiere degli anni Cinquanta e poi ai trionfi del Milano con cui ha giocato per 6 stagioni, dal ’68 al ’73, con 172 presenze in campionato, due scudetti e 3 coppe dei Campioni, cui vanno aggiunte 23 partite in maglia azzurra con la partecipazione a due Europei, nel ’65 e nel ’69. Poi tanti anni da tecnico delle giovanili, con qualche apparizione da coach in prima squadra, e anche da allenatore dei ciechi.

Caro Dario, ti vogliamo far ringiovanire con un tuffo indietro di tanti anni. Raccontaci come ha fatto un ragazzo degli anni Quaranta a scoprire il baseball…

“Grazie a mio cognato, che era un filoamericano, un maniaco di tutto quello che arrivava dagli Usa. Così, quando veniva qualche squadra di americani a giocare all’Arena ci portava a vedere il baseball. Io ero il più piccolo del gruppo ma mi trovai ben presto infilato, a 13-14 anni, nella squadra di quartiere che avevamo fondato alla Barona, i Woolos. Giocavamo senza istruttori, eravamo completamente autodidatti, imparavamo solo andando a vedere le partite. Mi ricordo che si giocava e ci si allenava su un campetto sterrato in viale Cassala, sulla circonvallazione, dove adesso c’è un supermercato. Poi, nel ’52 o ’53 ci siamo iscritti alla serie C e abbiamo cominciato a fare i campionati regolari. Finchè sono partito per il militare, a 18 anni, e mi hanno mandato a Fossano, dove c’era già una squadra di baseball che mi ha tesserato per un anno. Una volta tornato a Milano, però, i Woolos si erano sciolti e io e Lucini, gli unici due giocatori rimasti, ci siamo aggregati ai Leprotti che erano appena approdati in serie A, sponsorizzati dalle Maglierie Ragno”.

E qui comincia l’avventura ad alto livello…

“Sì, perché quando i Leprotti si sono sciolti, molti di noi sono confluiti nel Pirelli, dove siamo andati a rinforzare una squadra che aveva già molti giocatori esperti, da Giancarlo Angeloni a Carlo Fraschetti, a Biro Consonni, da Grancini a Osvaldo D’Odorico e Folicaldi, ma soprattutto due grandi come Jimmy Strong e Romano Lachi. Il Pirelli era un’ottima squadra, che per qualche stagione è arrivata da metà classifica in su, anche a ridosso delle grandi. E con il Pirelli, nel ’66, ho fatto il famoso record delle basi rubate”.

Un trampolino di lancio verso il Milano, la grande Europhon di quagli anni…

“Sì, quando il Pirelli è retrocesso ce ne siamo andati in molti. La maggior parte è passata all’Inter, io invece sono stato portato al Milano da Cameroni che mi aveva già fatto entrare da qualche tempo nel giro della Nazionale, dove ero maturato come giocatore allenandomi con personaggi come Glorioso o Gandini, gente da cui c’era tanto da imparare. E lì è cominciata la grande avventura, perchè il Milano a quei tempi era in auge e io mi sono inserito subito, tra l’altro portando via il posto all’esterno centro proprio a Gandini, che venne spostato a destra. Così ho potuto partecipare agli anni dei trionfi, due scudetti, tre coppe dei Campioni… Poi però è iniziato il declino, del Milano ma anche mio. Quando è arrivato Phares, io avevo già 32-33 anni e mi accorgevo che stavo battendo meno degli anni precedenti, ero sempre sotto il 300, così mi mise nella lista dei vecchi da sfoltire. Un giorno mi chiamarono e mi dissero che volevano vendermi al Codogno in cambio di Carelli: io ci rimasi un po’ male, perché sarei rimasto al Milano anche a fare panchina, però mi adeguai: se non mi volevano più, sarei andato… Ma quando mi chiamò il Codogno, dissi che non me la sentivo e chiusi con il baseball, anche perché avevo iniziato a lavorare al Corriere da tipografo e gli orari al giornale non mi consentivano più di giocare”.

Qualche anno lontano dai diamanti e poi il ritorno da allenatore delle giovanili…

“Nell’82 Gigi Cameroni mi chiamò assieme ad Angelo Novali e mi disse che aveva intenzione di lanciare un’operazione vivaio al Giuriati per portare tanti ragazzi al baseball. Così fondammo i Senatori, che poi diventarono il vivaio del Milano: una cinquantina di ragazzini divisi in tre categorie allenate da me, da Novali e da Lorenzo De Regny. Un percorso che mi ha dato tante soddisfazioni, soprattutto quando ho cominciato a vedere i nostri ragazzi che approdavano alla prima squadra: i Pinazzi, i Piazzi, i Gabriels, che allora tirava fortissimo ma era tutto da costruire come lanciatore, e poi Lanzi… Tutti ragazzi che Mazzotti si è preso in prima squadra ai tempi della Bkv. E qualcuno ha giocato anche parecchio, come Pinazzi o come Piazzi che è diventato il lanciatore con più partite vinte nel Milano”.

A quei tempi tu hai allenato anche la Primavera del Bkv…

“Sì, una squadra che ogni tanto faceva dei disastri… - ride Rossi, ripensandoci – Ricordo i fratelli Garavaglia, due caratterini… Una volta per poco non picchiano il loro padre che ci stava arbitrando e che li cacciò fuori tutti e due. Che tempi… ma come mi sono divertito…”.

E anche come tecnico hai dato tanto al Milano.

“Sì, fino agli anni Duemila, in cui Giovanna Rosselli ha rifondato il settore giovanile del Milano e mi ha coinvolto per occuparmi ancora dei ragazzi. Pensa che ho fatto in tempo ad allenare anche Sanguedolce che adesso ho visto esordire in serie A… Certamente ho dato più anni al Milano come allenatore che come giocatore, e anche gli anni da tecnico sono stati un periodo bellissimo. I genitori mi apprezzavano e io ero un po’ un papà per tutti i ragazzi. Poi non voglio dimenticare anche il periodo passato ad allenare i ciechi: un impegno minore ma significativo”.

Torniamo al Rossi giocatore: ti ricordi la partita del debutto in serie A?

“Sicuramente con le Maglierie Ragno, ma la partita non la ricordo”.

E ce n’è una indimenticabile?

“Forse la semifinale di coppa Campioni con il Picadero al Kennedy in cui ho fatto due fuoricampo. Cosa che non mi era mai successa… Ha rappresentato un po’ il culmine della mia carriera. Sono stati degli anni molto belli, eravamo un bel gruppo, poi siamo rimasti un po’ orfani del Gigi, quando ha lasciato il Milano”.

L’allenatore che ti ha dato di più?

“Strong e Lachi. Il primo mi ha insegnato i fondamentali, il secondo mi ha insegnato a battere le curve. Certo, anche Cameroni mi ha dato tanto, ma quando sono arrivato al Milano ormai ero un giocatore già formato”.

Da ragazzo avevi un idolo?

“Andavo a vedere il Milano e mi piaceva un esterno centro, Delfino, che faceva delle gran prese correndo all’indietro. Mi esaltava… Però in quella squadra mi piacevano Zerbini, Redaelli, Cameroni, Novali… ricordo che andai anche a Bologna a vedere il famoso spareggio con la Roma, con Folli che vinse contro Glorioso”.

Il compagno ideale?

“Nel Pirelli Mario Zugheri, ho fatto anche da padrino di battesimo ai suoi figli. Nel Milano Angelo Novali, ci sentiamo e frequentiamo ancora adesso, facevamo le vacanze assieme. Mi trovavo spesso con tutto il gruppetto di Città Studi: Angelo, De Regny, Spinosa, Carestiato…”.

La più bella soddisfazione che ti ha dato il baseball?

“Essere capitato nel Milano al momento giusto. Avere avuto la fortuna di far parte di quell’Europhon fortissima, aver vinto due scudetti, aver vinto tre coppe dei Campioni più una quarta finale persa col Nettuno. Però anche nel Pirelli ho avuto delle soddisfazioni: mi citavano molto negli articoli sulla Gazzetta, perché c’erano meno campioni e mi notavano di più. All’Europhon invece la vetrina era tutta per Cavazzano, Gandini, Shedd…”.

E la delusione?

“Aver smesso troppo presto. Ma non ho preso questa decisione per non scendere in serie B, solo perché non volevo allontanarmi dal Milano”.

Il campo preferito?

“Certamente non il Pirelli che era 110 metri a sinistra e 60 a destra… Ricordo che Felice Foppa, che giocava a destra, lo chiamavo l’esterno tra gli alberi. Meglio il Kennedy, anche se era lunghissimo: tanto io non dovevo buttarla fuori, al massimo facevo qualche bunt valido”.

La trasferta preferita?

“La più brutta a Torino, dove mi sono rotto la caviglia e ho saltato la finale con il Nettuno. Forse la più divertente era proprio quella di Nettuno: chi non ricorda Puci Puci? O il funerale che ci facevano, con tanto di bara, quando si perdeva?”.

Facciamo la squadra ideale con i tuoi ex compagni.

“Teddy Silva un lanciatore che mi piaceva molto. Come catcher mi sarei portato Davis anche al Milano, ma poi lui è finito all’Inter… e comunque noi avevamo Cavazzano. In prima Novali, in seconda Spinosa, in terza Bianconi che era un orologio, interbase Punaro o Passarotto, esterni due veloci come De Regny e il sottoscritto e a destra Shedd, un fenomeno che spediva le palline sui campi da tennis”.

E dopo che hai smesso, chi ti piaceva tra i giocatori del Milano?

“Certamente Bonfonte, gran battitore. Poi ricordo Dummar, ma il più forte è stato Morrison, che arrivava dalla Major league. Ma lì erano i tempi dello squadrone Mediolanum, tutti buoni giocatori: peccato perché ci meritavamo di vincere un altro scudetto. Purtroppo non ce l’abbiamo fatta e mi è dispiaciuto soprattutto per Mazzotti, uno cresciuto nel Milano. Non era un gran giocatore, ma conosceva molto bene il baseball. Comunque sono contento che poi abbia avuto una bella carriera e lui almeno gli scudetti li ha vinti da altre parti”.

C’era una squadra in cui avresti voluto giocare?

“Mi piaceva il Milano. E forse potrei dire il Parma, perché avevo molti amici, da Savignano a Gatti”.

Il miglior pitcher italiano?

“Tanti: da Bertoni a Silva, da Calzolari, che era serio e meticoloso, a Buschini, che mi piaceva per il modo di fare. E poi Alfredo Lauri e lo stesso Passarotto, con cui abbiamo vinto partite bellissime. E’ difficile fare una classifica”.

Ma chi ti metteva più in difficoltà?

“Tutti i mancini, li odiavo. Con Clerici ci provocavamo continuamente: lui mi diceva che mi avrebbe messo strike out, io gli dicevo di stare attento che se andavo in base gli rubavo la seconda… Un gran lanciatore, peccato che gli abbiano rovinato il braccio”.

E il miglior battitore?

“Ai miei tempi c’erano grandi fuoricampisti come Faraone, Carmignani, Gandini. E poi è arrivato Castelli…”.

I tre personaggi simbolo del baseball italiano?

“Due presidenti federali come Beneck e Notari, due grandi. Non sai chi scegliere. Poi un grande dirigente di club come Zanella che ha fatto moltissimo per il Milano. Il quarto personaggio invece ce l’ha il Milano ancora oggi: non so quanti hanno scritto tanto come Elia Pagnoni. Quando prendo in mano i libri del Milano mi stupisco sempre”.

Lo sportivo preferito fuori dal baseball?

“Sono sempre stato appassionato di sci e mi piaceva tanto Gustavo Thoeni. Quando c’era qualche gara importante mi facevo cambiare i turni sul lavoro per stare a casa a vederlo. Adesso mi appassionano quelle corse in montagna che vedo su Sky: ma che fisico hanno?”.

C’è una squadra per cui tifi?

“Il calcio non mi interessa, mi piaceva il Milan quando c’era Rivera”.

E l’evento sportivo che ti ha emozionato di più?

“In questo caso invece devo parlare di calcio: i Mondiali dell’82”.

Grazie Dario, un Oceano di auguri.

 

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30/08/2021