Milano 1946

Alice Ronchetti, 30 anni da simbolo del softball a Milano

La più famosa giocatrice uscita dal vivaio del softball del Milano 1946,  azzurra per anni, giramondo in serie A da Parma a San Marino, da Torino a Bologna. Punto fermo nei rapporti con Fondazione Laureus di cui è diventata testimonial. Oggi lavora in Svizzera ed è pitching coach della Nazionale francese: "Ho chiuso con il softball giocato perchè ormai avevo finito un ciclo. Ho solo sfiorato lo scudetto ma le più belle soddisfazioni le ho avute in Nazionale, vincendo gli Europei in ogni categoria. Obletter il tecnico che mi ha insegnato di più, che grave perdita. Con Marina Centrone però ho giocato tanto. Ho bellissimi ricordi di San Marino, Caserta e Bologna, l'ultima tappa. Fondamentale il ritorno dell'Italia alle Olimpiadi. Che bello vedere il Milano con tutta questa attività giovanile. Un po' penso che sia anche per merito mio: se non avessi scelto questo sport, mia mamma Giovanna non avrebbe avviato la ricostruzione del vivaio... Monti e Bancora le mie allieve, ma come tecnico puntate su Irene Bellettati".


Dicono che svelare l’età delle signore non sia buona educazione. Dunque meglio intervistarle quando sono ancora ragazze così ci si toglie dall’imbarazzo. E la ragazza in questione festeggia oggi le sue prime trenta primavere in piena forma. Cerchi Alice Ronchetti, che è pur sempre il simbolo del softball a Milano, e ti risponde dalla sua casa di Losanna con vista sul Lago Lemano, “come quasi tutte le case di qui, visto che la città degrada dolcemente dalla collina verso le rive appunto del lago di Ginevra…”. E’ la casa dove l’ex lanciatrice di tante squadre italiane ha deciso di trasferirsi per motivi di lavoro e dove ritrova anche un po’ di origini della sua famiglia, visto che mamma Giovanna Rosselli (per anni responsabile del settore giovanile del Milano e oggi coordinatrice dell’attività nelle scuole) è oriunda della Svizzera francese.

“Sono qui da un anno e mezzo – racconta Alice -, ho fatto un master in sport management e adesso lavoro per un’agenzia che si occupa di tour mondiali di sci, snowboard e soprattutto di freeride, lo sci fuori pista, molto simile al freestyle, di cui organizziamo praticamente la stagione agonistica, con un vero proprio mondiale che però è al di fuori della Fis, la federsci internazionale. Una bella esperienza che mi porta sulla neve di mezzo mondo, ma soprattutto qui in Svizzera, in Austria e ad Andorra. Anche se poi gli uffici dell’organizzazione sono qui a Losanna”.

Un anno e mezzo dall’ottobre 2019 che significa purtroppo gran parte del periodo Covid. Hai vissuto a Losanna anche la pandemia?

“No, devo dire che un anno fa quando è scoppiato il virus sono rientrata a Milano, anche per stare con Riky (ovvero il compagno Riccardo Suardi, che gioca nel Senago ed è anche un ex rossoblù ai tempi dello United, ndr). Poverino l’ho un po’ abbandonato, adesso torno una vota al mese, ma poi vorrebbe trasferirsi anche lui qui. In fondo a Losanna si vive bene…”.

Il trasferimento in Svizzera, però, ha significato la fine della tua carriera di giocatrice.

“Beh sì, ma è stata una scelta. Anche perché onestamente non ce la facevo più, ormai ero proprio arrivata alla fine. E d’altra parte ho deciso così anche perché per me è impensabile non fare una cosa al cento per cento e piuttosto che fare le cose a metà ho preferito smettere. Ma sono i cicli della vita…”.

E d’altra parte le ragazze nello sport sono in genere più precoci dei maschi a ritirarsi…

“Vero, anche perché magari cominciano a pensare a diventare mamme. E invece i maschi continuano a giocare fin che possono. Guarda Riky… Comunque mi sono messa alle spalle ben 12 stagioni di serie A che non sono poche”.

Girando oltre tutto mezza Italia. Ci riassumi tutte le tappe?

“In serie A ho debuttato nel Parma, poi sono andata tre anni a San Marino, un anno a Caserta, uno a Bussolengo, tre a Torino con La Loggia e tre a Bologna nel Pianoro”.

Ma adesso il softball non ti manca?

“No, onestamente devo dire di no. Mi manca un pochino la squadra, le amicizie, ma il campo no. Soprattutto non mi mancano gli allenamenti…”.

Tante squadre, ma ce n’è una che ti è rimasta nel cuore?

“Domanda difficile… Forse Bologna, perché è stata l’ultima. Ma anche Caserta con cui ho vissuto una grande annata con un allenatore come Obletter. E devo dire anche San Marino, la squadra dove credo di aver imparato di più. Ma fare delle preferenze sarebbe ingiusto per le altre. Forse con l’eccezione di Bussolengo, quella con cui ho avuto meno feeling”.

Dodici anni in cui però alla fine ti è mancato lo scudetto…

“Sì, l’ho solo sfiorato in qualche occasione. Ho centrato dei secondi e dei terzi posti, ci sono andata molto vicino con La Loggia e col Bussolengo ho perso una finale dopo aver dominato il campionato”.

Dunque si può dire che lo scudetto sia il tuo rimpianto?

“No, sinceramente. Certo, è ovvio che mi sarebbe piaciuto vincerlo, ma non ne ho fatto una malattia. Anche perché fortunatamente mi sono presa delle belle soddisfazioni con la Nazionale, vincendo un Europeo per categoria nelle giovanili e soprattutto andando a vincere quello del 2015 con la Nazionale A dopo dieci anni che l’Italia non ci riusciva. E a questo titolo devo aggiungere anche una coppa delle Coppe”.

Qual è l’allenatore a cui devi di più?

“Direi Enrico Obletter dal punto di vista tecnico per quello che mi ha dato a Caserta. In Nazionale invece l’ho avuto solo a qualche raduno, poi ha deciso di ringiovanire la squadra e io non sono stata più convocata. In azzurro quindi resto legata a Marina Centrone con cui avevo un bel rapporto e che poi ho ritrovato a Bologna. Ma poi è finito un ciclo e io mi sono ritrovata nel mezzo di un ricambio generazionale”.

Quella di Obletter è stata proprio una grave perdita per il nostro softball.

“Indubbiamente. Da lui ho imparato veramente tanto. Era un personaggio particolare, ma aveva un approccio mentale molto forte e sapeva trasmettertelo. Direi che soprattutto è una perdita gravissima per le ragazze proprio nell’anno olimpico. Anche se PIzzolini, che era il suo vice, ne avrà ereditato tutte le capacità tecniche, credo che sia molto difficile replicare quello che ti trasmetteva Obletter”.

A proposito di Olimpiadi, alla fine ti mancheranno anche quelle…

“Già, ma sono arrivata in azzurro proprio nel momento sbagliato: il softball è stato sport olimpico prima che io arrivassi in Nazionale e lo è ritornato dopo che ne sono uscita… Però sono contenta per le ragazze che ci andranno, sono contenta per il nostro softball e sono contenta per la Fibs che ne potrà trarre un beneficio. Purtroppo però a livello olimpico manca la continuità: come è possibile che uno sport continui ad entrare ed uscire dal programma?”.

Dunque nessun rimpianto. Nemmeno dopo l’ultimo lancio?

“No, non mi è dispiaciuto uscire dal campo. A un certo punto devi pensare al tuo futuro, al lavoro. Non puoi continuare ad investire tutta te stessa sul softball. Anche perché giocando guadagni qualcosa ma non puoi costruirti un futuro. E se arrivi a 30 anni senza esperienze lavorative, è difficile reinventarti. Adesso qualche ragazza è entrata nei gruppi sportivi militari, che sono un’ottima soluzione per continuare a fare sport, ma poi dipende dalle tue ambizioni. Certo, se ti va bene continuare magari a fare il carabiniere, può esssere anche la scelta giusta”.

Hai girato tante squadre, ma non hai mai giocato per una formazione lombarda. Almeno in serie A…

“Sì, ma per scelta. Ci sono state anche delle occasioni ma la vicinanza a casa non è mai stata un mio criterio di scelta. Anche perchè io mi sono sempre dedicata completamente al softball, per cui potevo permettermi anche di andare lontano da Milano. Con le squadre lombarde però ho iniziato la mia carriera appena uscita dal settore giovanile del Milano: prima col Mariquita di Rho in serie B e poi con il Saronno in A2”.

Nel tuo passato c’è anche una parentesi americana.

“Sì, prima di giocare in serie A1 sono stata un anno in Texas dove ho giocato in una squadra di liceo e poi ho fatto un po’ di tornei con un club locale. Un anno molto importante per la mia crescita, così come le è stato anche il passaggio dall’accademia di Tirrenia”.

Ma tu come sei arrivata al softball?

“Da piccola ho fatto tennis, ho fatto ginnastica artistica, ma ho sempre voluto fare uno sport di squadra. Avevo scelto la pallamano, non so nemmeno perché, ma non c’erano squadre dalle mie parti, mengtre vicino a casa mia c’era il Kennedy. A 8 anni mia mamma mi ha portato a vedere giocare, ma c’era solo la prima squadra dell’Ares che faceva la serie B se non sbaglio, allenata da Lilly Rossetti. Mia mamma si informò e le dissero che se avesse trovato altri bambini avrebbero potuto mettere in piedi anche una squadra giovanile. Così mia mamma ha incominciato a sbattersi e ha messo insieme un gruppo di bambine e bambini che non ti dico, quasi tutti casi umani… Insomma più che una squadra era un disastro. Ricordo che quando allenavo le ragazze del Milano, qualcuna si lamentava perché magari prendevamo dieci punti dal Bollate o da altri. Allora rispondevo che ai miei tempi ne prendevo anche 40…”.

Poi però anche il softball giovanile è cresciuto.

“Sì, dopo la separazione dall’Ares, nel 2003, mia mamma e Silvia Regazzi si sono prese l’incarico di rifondare il vivaio del Milano. Anzi si può dire che dalla nostra squadretta siano ripartite tutte le giovanili del Milano ’46. Ti dirò di più: forse se oggi al Kennedy c’è tutto questo movimento giovanile, lo si deve anche al fatto che io abbia deciso di giocare a softball e di conseguenza mia mamma si sia dedicata per tanto tempo a ricostruire il settore giovanile”.

E adesso il Milano è arrivata ad essere la squadra con il maggior numero di tesserati in Italia a livello giovanile. L’avresti mai detto?

“In effetti è una bella domanda anche questa… E se penso a quella squadretta degli inizi mi sembra incredibile. Però è anche vero che già nel giro di qualche anno si era cominciato a fare un bel lavoro, si vedeva che ci poteva essere uno sviluppo interessante. E poi non va nemmeno dimenticato il contributo che ci ha dato Fondazione Laureus soprattutto nel reclutamento femminile”.

Già, Laureus di cui tu sei stata anche testimonial.

“Sì, sono tuttora ambasciatrice di Laureus. Mi chiamano per partecipare alle loro manifestazioni, giriamo dei video promozionali, partecipo di solito anche alla loro cena di gala in cui raccolgono fondi per lo sport nelle realtà disagiate. E sono stata anche allenatrice nel progetto che abbiamo realizzato con la scuola di via Anemoni, da cui poi sono arriuvate molte ragazze al Milano, progetto che adesso porta avanti Irene Bellettati, una ragazza fantastica che aveva iniziato con me”.

Un progetto che ti ha lasciato qualcosa anche dal punto di vista umano.

“Certo, perché abbiamo visto che il softball è importante per l’inclusione delle ragazze, è importante per Laureus che così raggiunge il proprio obbiettivo ed è importante per il Milano che si garantisce un ricambio di giocatrici. Ed è bello vedere che molte ragazze poi sono rimaste in squadra anche dopo che si è esaurito il loro ciclo all’interno del progetto. Vuol dire che forse abbiamo lasciato qualcosa, si è creata una comunità alternativa alle loro situazioni di provenienza. Ed è stata un’integrazione importante anche per le nostre ragazze che si trovano in una società con una mentalità aperta”.

Ma tu hai allenato anche parecchie ragazze del Milano.

“Sì e anche lì ho avuto le mie soddisfazioni, perché qualcuna ha fatto strada come Sabrina Monti e Giulia Bancora che sono arrivate alle nazionali giovanili”.

E la tua esperienza di tecnico però non è terminata.

“No di certo, perché dal 2019 sono pitching coach della nazionale francese. E con il nostro staff la Francia ha ottenuto il miglior risultato della sua storia, ottenendo il pass per partecipare al torneo di qualificazione olimpica in Olanda, quello poi vinto dalle azzurre. Ma per le francesi quello è stato un risultato incredibile, se si pensa che da loro il softball sotto i 15 anni non esiste e anche le ragazzine giocano a baseball. Così quando mi ritrovo per le mani una ragazza di 16 anni devo impostarla completamente come lanciatrice. Non è un lavoro facile, ma abbiamo delle belle strutture: abbiamo l’accademia a Saint Raphael, in Costa Azzurra, e facciamo i raduni a Parigi”.

Al di là di questa dimensione internazionale, possiamo considerarti il simbolo del softball a Milano degli ultimi vent’anni?

“Beh più che il simbolo, direi la pioniera di questo periodo. Ma spero che le ragazze di cui parlavamo prima, Sabrina e Giulia, ma anche qualche altra, possano seguire la mia strada o fare anche meglio. Questo periodo purtroppo le penalizza, ma se non si distraggono possono arrivare lontano. Io ho avuto la fortuna di avere delle belle occasioni, di avere delle richieste e di trovare squadre in cui giocavo sempre. Loro sono in A2 e avrebbero bisogno di fare un altro passo, ma devono trovare una squadra che dia loro la possibilità di giocare”.

In attesa magari di far crescere il Milano anche nel softball. Sai che stiamo lavorando per creare finalmente un campo regolamentare?

“Dove? Nella scuola dietro il Kennedy? So che se ne parla da anni, sarebbe bello che questo sogno si concretizzasse. Anche per tenere le ragazze legate al Milano, senza che debbano sempre andarsene per giocare a livello superiore”.

Così magari potrai tornare come allenatrice.

“Ma adesso potete puntare su Irene che è brava. Anzi sono contenta di averle trasmesso la passione giusta. E poi so che avete un tecnico cubano anche per il softball… Siete diventati ricchi?”.

No, cerchiamo di diventare bravi.

27/04/2021