Milano 1946

Addio a Gino Guerci, vecchia colonna del Milano

Se n'è andato a 90 anni Angelo Guerci, per tutti Gino, papà di Ivan e dirigente del Milano per oltre vent'anni. Entrò in società nell'82, assieme a un gruppo di dirigenti provenienti dall'Inter Mars, e portò con sè il figlio: fu dirigente, consigliere, segretario, general manager accompagnando la squadra in giro per l'Italia e per l'Europa. Generoso e pasticcione, è stato per tante stagioni un uomo cardine della società


Gino Guerci era una di quelle persone che c’era sempre. Uno di quei dirigenti, come fortunatamente ne abbiamo avuti e continuiamo ad averne, che era sempre pronto per cercare di risolvere i problemi della squadra. Magari a modo suo, con i tanti pasticci che ha anche combinato strada facendo, ma sempre con tanta disponibilità. Non si vedeva al Kennedy da parecchio tempo, perché l’età non gli consentiva di uscire più di tanto, ma ha sempre cercato di seguire il suo Milano anche a distanza. L’ultima volta che è intervenuto ad un evento è stato per l’assegnazione dell’Ambrogino d’oro al Milano, al teatro Dal Verme, perché in fondo un pezzettino di quel riconoscimento lo sentiva anche suo. E, adesso che se n’è andato dopo aver tagliato il traguardo dei 90 anni, ci mancherà la sua inevitabile domanda: “Ma c’è qualche sponsor?”.

Gino ce l’ha chiesto anche in agosto, nell’ultima telefonata di questa estate per gli auguri delle sue fantastiche 90 primavere, anche se ormai capiva di essere arrivato all’autunno inoltrato. Eppure il suo pallino era sempre quello, perché sapeva che senza uno sponsor era (ed è) impossibile riportare in alto il Milano. Quanti tentativi ha fatto negli anni Ottanta per arrivare a qualche abbinamento, magari con qualche “magheggio”, ma fermandosi poi davanti all’irreprensibilità del presidente Lepetit. Ma Gino era fatto così: il tutto per tutto pur di trovare il modo di portare risorse al Milano. Il massimo fu quando portò il povero Lepetit a trattare con un’azienda di concimi naturali, amministrata da una dirigente che Emilio, con il suo tocco snob, chiamava “la signora dei vermi”. Non se ne fece nulla, ma intanto Gino aveva già fatto fare i cappellini con l’iniziale dell’ipotetico sponsor, una “V” che poi seppe riciclare imperturbabile su un altro abbinamento, quello dell’Olivieri Trasporti, il cui proprietario si chiamava Vittorio e quindi, gli propose Guerci, quella iniziale era fatta apposta per celebrarlo in modo confidenziale…

Papà Guerci era diventato dirigente come tanti altri, seguendo il figlio che aveva scoperto il baseball. Ivan, che abitava non lontano dal Kennedy, si era infatuato del Milano dei Phares e dei Bonfonte, ma poi aveva iniziato a giocare nel settore giovanile dell’Inter, allora targata Mars. Ma quando, nell’82, l’altra squadra della città arrivò al capolinea, Gino fu tra i dirigenti che concretizzarono un accordo per confluire nel Milano, portandoci ovviamente suo figlio Ivan, oltre ad altri giocatori. E da lì iniziò la splendida carriera di quello che diventerà il giocatore con più presenze nella storia rossoblù, accompagnato sempre dal padre che fino ai primi anni Duemila avrebbe assunto vari ruoli nel club, da dirigente accompagnatore a segretario a general manager.

Il Gino dirigente, però, era soprattutto un uomo di campo. Anche perché, in fondo, arrivava anche lui da lì, seppure in un altro sport: da giovane infatti era stato calciatore, arrivando fino alla squadra riserve dell’Alessandria, la squadra della sua terra, visto che Gino era mandrogno di Borgoratto, dove era nato il 24 agosto del ’32. E di quell’esperienza calcistica Gino, che all’anagrafe era Angelo, ma non si faceva mai chiamare così, si vantava appena possibile, ricordando di aver incrociato e marcato, da terzino qual era, tantissimi campioni. In realtà c’era sempre da fare una tara ai suoi racconti, ma noi lo sapevamo e anzi lo stimolavamo ad esagerare…

Il Kennedy in quegli anni era diventato la sua casa e non riusciamo ad immaginare che cosa avrebbe fatto se ne avesse avuto la disponibilità come l’abbiamo ai nostri tempi. Allora, invece, era una lotta continua con il Comune e il personale che ci lavorava e Gino era l’uomo che doveva lavorarsi tutti gli addetti all’impianto, a partire dal direttore di quel periodo che avevamo ribattezzato “Mister Niet” (termine che andava di moda ai tempi dell’Unione Sovietica) perché a qualsiasi richiesta rispondeva immancabilmente di no. Fosse anche per spostare una sedia. Ma Gino riusciva a smuovere anche Mister Niet, magari portandogli qualche bottiglia del suo Monferrato, come faceva con tutti i lavoranti, a partire dal Siro, il vecchio custode, da Angelo, che adesso cura il Saini, o da Gambolò, che chiamava così perché non si ricordava mai il nome, ma sapeva che veniva da quel paese della Lomellina. Già, perché una delle peculiarità di Gino era quella di non ricordarsi mai un nome: quando citava qualcuno lo dovevi capire attraverso descrizioni e giri di parole.

Il Kennedy era diventato la sua casa a tal punto da mettersi a giocare a bocce sul warning track in fondo al campo, ai tempi della Mars, assieme a papà Nava. Oppure da mettere la moglie, la signora Ivana, a gestire la biglietteria durante le partite, insieme alla signora De Marco. Per poi diventare furibondo quando si presentava l’ineffabile funzionario della Siae a contare ad una ad una le persone in tribuna per verificare che corrispondessero alle matrici dei biglietti staccati. E allora lo invitava ad andare a fare lo stesso lavoro a San Siro…

Ma Gino era così, generoso e spontaneo, anche un po’ smargiasso quando voleva accreditare il proprio machismo, ma soprattutto orgoglioso di quello che faceva in campo suo figlio Ivan, che certo non aveva bisogno di essere spinto o raccomandato. Però, quando c’era da fare una riflessione sul mercato per rinforzare la squadra, partiva sempre da un presupposto: “Prima base e esterno centro siamo a posto…”. Inarrivabile Gino, ci mancherai. Ma ti promettiamo che uno sponsor lo troveremo.

08/11/2022
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