Milano 1946

Addio a Egidio Cerea
memoria del baseball con il Milano nel cuore

E' morto ad Aiello del Friuli, a 83 anni, uno dei protagonisti dell'Europhon degli invincibili, che dominò i campionati del '61 e '62 senza perdere una partita. Giocò nel Milano, come catcher ed esterno, dal '59 al '62 vincendo 3 scudetti, ma anche con Ambrosiana, Pirelli, Lazio e Inter. Fu presidente del Comitato regionale del Friuli e team manager della Nazionale alle Olimpiadi di Atlanta '96. Bat boy nella prima partita del Giuriati nel '48 era una preziosa memoria storica di quelle stagioni pionieristiche


Egidio Cerea, detto Elio

Maledetto 2020, amaro fino in fondo, maledetto virus che si è portato via Egidio Cerea, anche se Elio – come lo chiamavano gli amici del baseball – è morto tra mille complicazioni di salute che già lo avevano minato da tempo e, conoscendolo, per lui questo giorno fatale sarà stato anche una sorta di liberazione. Da un po’ di mesi, infatti, questo grande ex, che ha vissuto fino a 83 anni con il baseball e il Milano nel cuore, era ricoverato in una casa di riposo di Aiello del Friuli, a due passi da Ruda, il paese in provincia di Udine dove si era trasferito da anni. Ma soprattutto Egidio era afflitto da tanti problemi di salute, non ultima una perdita progressiva della vista oltre a grossi problemi di mobilità.

Ma noi Egidio Cerea lo vogliamo ricordare per quello che è stato e per i meriti che ha avuto nel nostro sport, che ha visto veramente nascere, avendo fatto il bat boy nella famosa prima partita organizzata da Max Ott al Giuriati nel giugno del ’48. Uno sport di cui è stato protagonista per anni come giocatore (anche azzurro, con 17 presenze in Nazionale e la partecipazione a quattro campionati europei) e poi come dirigente anche in ambito federale, presidente del comitato regionale del Friuli Venezia Giulia e team manager della Nazionale nella seconda metà degli anni Novanta, dirigente accompagnatore alle Olimpiadi di Atlanta del ’96.

Egidio era un uomo che aveva vissuto e seguito il baseball come pochi, capace di parlarti dei pionieri degli anni Cinquanta, come di Bob Gandini o di Beppe Carelli, di raccontarti di Lou Campo o di Silvano Ambrosioni. Era una piccola enciclopedia del nostro sport con una incredibile capacità di ricordare con esattezza tutte le date. E oggi che ci ha lasciato non lo piangono solo i compagni di un tempo, ma anche gli azzurri che lo hanno avuto come prezioso compagno di avventura in quell’edizione americana dei Giochi. “Era una persona gradevolissima, un uomo che mi piaceva ascoltare quando raccontava il baseball dei suoi tempi”, lo ricorda con affetto Ruggero Bagialemani che di quella Nazionale era il capitano, e in effetti Cerea è stato preziosissimo anche per noi, quando siamo andati a chiedergli di raccontarci aneddoti e personaggi di un baseball ormai lontano per realizzare il nostro film sulla storia del Milano. Interventi piacevolissimi, ricchi anche di humour, che adesso ci restano come testimonianza apprezzabile del suo amore per il baseball.

Cerea, che da ragazzo abitava dalle parti di corso Sempione, era cresciuto nell’Ambrosiana a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta, seguendo le lezioni di un maestro come Lou Campo sul campo di fianco al Leone XIII in via Rossetti. Un vivaio dal quale erano usciti altri protagonisti del baseball dell’epoca, da Andrea Goldstein ai fratelli Balzani, ai fratelli Cardea. E da lì aveva iniziato la sua avventura di giocatore che l’avrebbe portato a vestire tutte le maglie del baseball milanese, dal Pirelli all’Inter, con una stagione anche alla Lazio, quando andò a fare il militare a Viterbo, ma soprattutto la casacca del Milano, in cui fu uno dei protagonisti dell’Europhon degli invincibili, quella che dominò i campionati del ’61 e del ’62 senza perdere una sola partita. Cerea giocò nel Milano per quattro stagioni, dal ’59 al ’62, vincendo 3 scudetti e totalizzando 62 presenze, in un’epoca in cui si giocava ancora una sola partita a giornata di campionato, utilizzato come esterno ma anche alternandosi con Gigi Cameroni come catcher, che era poi il suo vero ruolo. E quando a Milano approdò il giovane Cavazzano, Egidio tornò all’Inter a chiudere al carriera.

Ma la cosa più bella di Cerea era sentirlo parlare della sua avventura sportiva che era una cosa sola con la sua vita, “che è stata meravigliosa e dopo gli 80 anni ogni giorno è regalato”, osservava con realismo. Ma soprattutto era bello sentirlo parlare di quel gruppo incredibile in cui “tutti si aiutavano e nessuno era invidioso dell’altro, che giocassero titolari o meno. E un gruppo così non l’ho mai trovato da nessun’altra parte, grazie anche a Gigi che per tutti noi era una specie di calamita”. Era bello sentirlo parlare con noi di Milano, perché dopo quarant’anni di Friuli poteva rispolverare ancora un po’ di dialetto milanese che non aveva mai dimenticato. Ed è bello ricordarlo quando, tre anni fa, si fece accompagnare a Milano per la cena del premio Donnabella in cui ritirò il cap per i suoi 80 anni, felice come un bambino. Ringraziando con un bellissimo discorso in cui spiegò ai giovani del Milano che cosa significhi l’attaccamento a questa maglia.

Ciao Egidio, ti dobbiamo ringraziare anche per questo.

20/12/2020